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Curriculum

Ho cinquantadue anni.

Non sono vecchio.

Sono vintage.

 

C'è differenza — il vintage vale di più.

 

Sono lombardo con metà sangue friulano nelle vene. Il sangue friulano si manifesta nei momenti peggiori: quella voce interiore che tace, osserva, giudica e poi non te lo dice mai in faccia. L'altra metà è lombarda pura — stessa cosa, ma con la partita IVA. Un mix genetico che non si trova in farmacia e che ha prodotto un carattere che i più gentili definiscono "scomodo". I meno gentili usano altri termini che per ora taccio.

 

Ho vissuto cinque anni in Carnia. Non la Carnia delle cartoline e dei turisti con i bastoncini da trekking comprati su Amazon. La Carnia vera. Tualis di Comeglians, provincia di Udine, 918 metri, Val Degano, sessanta anime — se si contano anche quelle che d'estate tornano a far finta di non essere scappate. Da lì viene metà della mia famiglia. E non è una famiglia qualunque — anche se loro non lo hanno mai detto, perché i carnici non si vantano. Lo fanno fare agli altri.

La mia bisnonna era una portatrice carnica. Una di quelle donne straordinarie e quasi dimenticate che durante la Prima

Guerra Mondiale salivano al fronte con le gerle sulle spalle, portando rifornimenti dove gli uomini faticavano ad arrivare. Decorata. Cavaliere di Vittorio Veneto — come suo marito, mio bisnonno. Mio nonno materno, figlio loro, ha fatto la Resistenza. Partigiano. Arrestato dai cosacchi — quei cosacchi che nella Carnia della Seconda Guerra Mondiale i libri di storia italiana hanno quasi completamente ignorato, come da consolidata tradizione nazionale. Vengo da gente che non si è tirata indietro quando la storia bussava alla porta. Questo spiega molte cose sul perché non riesca a stare zitto.

A scuola ero quello per cui i professori convocavano mia madre e le recitavano, con la faccia a metà tra il dispiaciuto e il rassegnato, la frase più onesta che mi abbiano mai dedicato: "Signora, suo figlio potrebbe fare di più, ma non si applica." Avevano ragione. Mi annoiavo. E quando mi annoio penso. E quando penso faccio domande. E le domande scomode, a scuola, non vengono premiate. Ho fatto il liceo linguistico. Risultato finale: 38 su 60. Trentotto. Sul sessanta. Trattenete i commenti — ci arrivo, e la rivincita è lunga e soddisfacente.

Aprile 2001. Parto per la Tunisia. Non in vacanza — a lavorare. Prima tappa Sfax, seconda città del paese, porto industriale, nessuna romanticheria da depliant turistico. Quattro anni lì, poi Tunisi dal 2005 fino all'ottobre 2017. Sedici anni in totale, tra il Mediterraneo e il Sahara, tra il francese e l'arabo, tra trattative che non finivano mai e accordi che si stringevano con una stretta di mano e valevano più di qualsiasi contratto notarile.

In quei sedici anni ho vissuto cose che nessun telegiornale italiano ha raccontato davvero. Ho vissuto la fuga di Ben Ali — il 14 gennaio 2011, Tunisi deserta e silenziosa, quell'elettricità nell'aria che senti solo quando la storia accade adesso, qui, sotto i tuoi piedi. Ho vissuto il coprifuoco. Ho respirato la Primavera Araba non sui giornali ma dalla finestra di casa, dai volti delle persone che lavoravano con me e che in quella rivoluzione avevano messo tutto — aspettative, paure, un futuro intero.

E poi c'è il 9 aprile 2012. Una data che non dimentico. Sull'Avenue Habib Bourguiba si teneva una manifestazione non autorizzata — laici, attivisti, gente comune che non voleva vedere la propria rivoluzione scippata. Ci siamo andati lo stesso. Con me c'erano mia moglie e mia cognata. La giornata è finita con la polizia che caricava, lacrimogeni, fumo, gente che correva. Mia moglie e mia cognata prese a manganellate. Mia moglie colpita con un calcio in pancia da un miliziano. Io che mi sono scagliato sulla polizia per proteggerle — con tutto quello che quella scelta comportava, in quel momento, in quel paese, con quella polizia.

Non è una storia che racconto spesso. La racconto adesso perché è parte di quello che sono. Chi scrive di libertà, di democrazia, di potere che schiaccia i cittadini — ha qualcosa da cui viene. Non è teoria. Non è ideologia da salotto. È un calcio in pancia a mia moglie su un viale di Tunisi, un aprile di qualche anno fa, mentre cercavamo di stare dalla parte giusta.

Ed ecco la rivincita sul 38/60: dopo sedici anni in Tunisia parlo il francese meglio dell'italiano. Meglio. Dell'italiano. La scuola mi ha dato 38. La vita mi ha dato una seconda lingua, una terza cultura, una visione del mondo che nessun master da ventimila euro avrebbe saputo replicare. Fate voi i conti su chi ha investito meglio.

Dal 2017 sono tornato in Lombardia. Faccio l'Operations Manager nelle spedizioni internazionali — che tradotto significa: faccio funzionare le cose in un settore dove se sbagli i tempi, i documenti o le merci qualcosa si rompe sempre e qualcuno paga sempre. Ho scelto un lavoro dove la realtà non perdona gli errori. Forse per questo fatico a tollerare chi nella vita pubblica sbaglia sistematicamente e non paga mai niente.

Vivo nell'Altomilanese. Milano è lì, a pochi chilometri, luminosa e convinta di essere il centro del mondo. Io sono qui — in quello che con tutto l'affetto possibile definisco un oblast desolato, quella fascia grigia tra la provincia e la metropoli che nessuno racconta mai perché non è abbastanza esotica da fare tendenza né abbastanza centrale da fare notizia. Per osservare il paese reale è un posto perfetto.

Ho una moglie. Non ho figli. Lo dico perché prima o poi qualcuno usa l'assenza di figli come argomento dialettico: "parli facile, non hai responsabilità." Ho una risposta sola: forse è proprio perché non ho eredi da proteggere che posso permettermi di dire quello che penso. Nessun patrimonio da tutelare. Nessuna carriera da non compromettere. Solo la mia coscienza — che è già abbastanza ingombrante così.

Ho scritto una decina di libri, pubblicati su Amazon. Di cosa parlano lo trovate nella sezione dedicata. Qui mi limito a dire una cosa sola: scrivere è l'unico vizio che non fa male al fegato. Tutti gli altri li ho già provati.

Sono dipendente dai social. Lo dico senza vergogna e senza il tono paternalistico di chi ha appena scoperto il problema e adesso sale sul pulpito a spiegarvi come guarire. Non voglio guarire. Voglio capire. Ho aperto pagine Facebook, le ho chiuse, le ho riaperte, le ho abbandonate di notte come si abbandona una storia che non funziona più sapendo già — sapendo benissimo — che ci si tornerà. Ho vissuto l'euforia chimica del post virale e il silenzio tombale del post ignorato. Ho condiviso articoli letti a metà. Lo ammetto senza pudore. E so che lo avete fatto anche voi — quindi smettiamola tutti insieme con questa ipocrisia collettiva.

Su tutto questo sto scrivendo un libro. Si chiama Un like al giorno toglie il medico di torno. È fermo da mesi perché nel frattempo ho aperto questa pagina e il libro ha saggiamente capito che doveva aspettare. Prima o poi lo finisco. Probabilmente quando smetterò di fare quello che nel libro descrivo. Il che significa: mai.

La pecora nera del gregge non è quella cattiva. È quella che si è persa — o che ha scelto lucidamente di perdersi — e nel perdersi ha visto cose che le altre pecore, comodamente in fila, non vedono. Pascoli diversi. Recinti assurdi. Pastori con interessi che non coincidono minimamente con quelli del gregge.

Sono quella pecora. E questa è la mia pagina.

✍️ Max - Anche la Pecora Pensa

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