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USAUTOCRACY EP.1: La Democrazia americana non è mai esistita e tu lo sai

  • Immagine del redattore: Anche la Pecora Pensa
    Anche la Pecora Pensa
  • 5 giorni fa
  • Tempo di lettura: 8 min
USAUTOCRACY ZIO SAM

La democrazia più famosa del mondo non conta i voti uguali per tutti. E lo sa benissimo.


Aspetta. Prima di chiudere la pagina, prima di dirmi che esagero, prima di commentare "ma anche noi in Italia" — che è il modo italiano di evitare qualsiasi ragionamento scomodo — dammi tre minuti. Solo tre. Poi fai quello che vuoi.

Ho una domanda per te: quante volte nella vita ti hanno detto che gli Stati Uniti 🇺🇸 sono la più grande #democrazia del mondo? Quante volte hai sentito quella frase nei film, nei telegiornali, nei discorsi presidenziali con la mano sul cuore e la bandiera cucita sul bavero? Quante volte l'hai data per scontata come l'acqua calda dal rubinetto?


Ecco.

Oggi parliamo del rubinetto.


Il sistema è stato costruito per non funzionare.

Da chi ce l'aveva a perdere.


Filadelfia, estate del 1787.

Fa un caldo insopportabile. In una sala chiusa a chiave — le finestre erano sbarrate per mantenere il segreto — cinquantacinque uomini bianchi siedono per settimane a disegnare il futuro degli Stati Uniti d'America. Chi erano? Proprietari terrieri, avvocati, mercanti. Molti di loro possedevano schiavi. George Washington ne possedeva oltre 300. Thomas Jefferson, quello che aveva scritto "tutti gli uomini sono creati uguali", ne aveva più di 600. James Madison — il padre intellettuale della Costituzione, quello che sarebbe diventato il quarto presidente — proveniva da una famiglia di piantagionisti della Virginia. Suo padre era proprietario di una piantagione di tabacco. Gente che aveva tutto l'interesse a proteggere quello che aveva — le terre, i soldi, i corpi altrui — dalla possibilità che le masse, un giorno, decidessero di toglierglieli con il voto.


Questi signori avevano una paura fisica, viscerale, quasi igienica della democrazia diretta. Non è una mia interpretazione — lo scrissero, lo dissero, lo misero a verbale senza troppa vergogna. Madison era convinto che la nuova repubblica necessitasse di controlli ed equilibri per tutelare i diritti individuali dalla "tirannia della maggioranza". La tirannia della maggioranza. Hai capito bene. I poveri che votano e decidono come spendere i soldi dei ricchi. Questo li terrorizzava. E quindi costruirono un sistema con più livelli di protezione tra il popolo e il potere. Filtri. Reti di sicurezza. Ammortizzatori. Il tutto confezionato con un linguaggio alto, nobile, quasi poetico — libertà, rappresentanza, diritti inalienabili — che nei due secoli successivi avrebbe convinto mezzo mondo.


La parola "democrazia" non compare nemmeno una volta nel testo originale della Costituzione americana. Cercala. Non la trovi. Loro la chiamavano "repubblica" e distinguevano in modo netto e sprezzante tra le due cose. Una repubblica aveva dei filtri. Una democrazia no. E i filtri servivano esattamente a quello che dice la parola: filtrare. Trattenere. Controllare.


Il Collegio Elettorale, ovvero: il tuo voto non conta quanto pensi.

Il filtro più famoso — e più grottesco — è l'#ElectoralCollege, il Collegio Elettorale. Funziona così: vai a votare, metti la croce sul nome del presidente che vuoi, e in realtà non stai scegliendo niente direttamente. Stai scegliendo un grande elettore — una persona fisica, spesso sconosciuta — che poi andrà lui, separatamente, a votare per il presidente al posto tuo. Un intermediario tra te e il potere. Quarantotto stati adottano il sistema "winner-takes-all": vince un partito con un voto in più e si porta via tutti i grandi elettori dello stato, anche se l'altro partito ha preso il 49,9% dei voti. Quei voti spariscono. Evaporano. Come se non fossero mai esistiti.


Ma la cosa davvero bella — quella che mi fa venire un sorriso storto ogni volta che ci penso — è la distribuzione dei voti tra stati. Un voto elettorale nel Wyoming rappresenta circa 194.000 persone. In California, Texas o Florida ne rappresenta oltre 700.000. Stesso paese, stesso giorno, stessa elezione. Il voto di un cittadino del Wyoming vale quattro volte quello di un californiano. Non perché è più intelligente, non perché paga più tasse, non perché è un essere umano superiore. Solo perché abita in uno stato piccolo che i fondatori volevano tenere dentro l'Unione a tutti i costi, e quindi gli avevano garantito un peso sproporzionato nel sistema.


"Un uomo, un voto." Il principio base di qualsiasi democrazia che si rispetti. Gli americani ce lo ripetono sempre. E poi hanno costruito un sistema dove un uomo vale quattro voti, se abita nel posto giusto.


E poi ci sono i risultati concreti. Nell'ultimo quarto di secolo, per ben due volte è stato eletto presidente il candidato che aveva perso il voto popolare: nel 2000 George W. Bush contro Al Gore 🇺🇸, e nel 2016 Donald Trump contro Hillary Clinton, che aveva quasi tre milioni di voti in più. Tre milioni. La popolazione di Roma. Inghiottiti dal meccanismo, spariti, ignorati. E gli americani — la maggior parte — hanno detto: è la Costituzione, è sacra, non si tocca. Come se la Costituzione fosse scesa da una montagna su due tavole di pietra invece di essere stata scritta da una cinquantina di proprietari terrieri in una stanza con le finestre chiuse.


Trump nel 2012 — anni prima di diventare presidente grazie a questo stesso sistema — aveva scritto su Twitter che l'Electoral College era "un disastro per la democrazia". Poi nel 2016 lo ha vinto, e ha smesso di lamentarsi. Anche questo dice qualcosa.


Il gerrymandering, ovvero: non sei tu a scegliere il tuo rappresentante.

Poi c'è il #gerrymandering. Questa è la mia cosa preferita. Quella che spiega tutto meglio di qualsiasi discorso teorico sulla democrazia.


Il gerrymandering è la pratica di disegnare i confini dei collegi elettorali in modo che il partito che controlla il parlamento statale possa vincere le elezioni indipendentemente da come vota la gente reale. Quando le mappe sono costruite così, non sono i votanti a scegliere i politici — sono i politici a scegliersi i propri votanti. Il risultato è distorto, non rappresentativo, con esiti praticamente garantiti in anticipo anche quando le preferenze degli elettori cambiano di parecchio.


Il caso più clamoroso è la Carolina del Nord 🇺🇸. Dopo il censimento del 2010, i repubblicani ridisegnano i distretti per massimizzare i seggi. Nel 2012 ottengono 9 seggi su 13 alla Camera con solo il 49% dei voti in tutto lo stato. Uno dei distretti, il 12°, era talmente contorto da sembrare una serpe nera distesa lungo l'autostrada I-85. La Corte Suprema lo ha dichiarato incostituzionale nel 2017 perché tracciato su base razziale.


Hai letto bene: incostituzionale. Lo dichiarano nel 2017. Sette anni dopo la mappa. Nel frattempo ci sono state tre tornate elettorali con quel distretto a forma di serpe. Tre. E chi aveva vinto grazie a quella mappa era già lì, comodamente seduto, a fare leggi e a disegnare la mappa successiva.


La Carolina del Nord è uno degli stati elettoralmente più divisi e competitivi degli Stati Uniti — un elettorato sostanzialmente in equilibrio tra i due partiti. Eppure, con le mappe giuste, trasformi un pareggio in una vittoria schiacciante. Non vincendo gli elettori. Ri-disegnando il recinto in cui li metti.


In Texas hanno costruito una mappa dove i Repubblicani potrebbero vincere l'80% dei seggi in un ciclo favorevole — in uno stato dove Ted Cruz alle ultime elezioni ha preso il 53% dei voti. Il 53% dei voti, l'80% dei seggi. Qualcuno mi spieghi come si chiama questa cosa, perché democrazia mi sembra la parola sbagliata.


E la Corte Suprema — quella stessa Corte che dovrebbe essere il guardiano della Costituzione — nel 2019 ha stabilito che il gerrymandering partigiano è una questione politica e non può essere esaminata dai tribunali federali. Tradotto: arrangiatevi. Il sistema che permette ai politici di scegliersi i propri elettori non è un problema che i giudici possono risolvere. È una caratteristica, non un difetto.


La soppressione del voto, ovvero: votare è un privilegio.


E poi c'è il capitolo più sporco. Quello che gli americani chiamano #voterSuppression con quella disinvoltura linguistica che solo loro hanno — come se nominare il problema ad alta voce fosse già abbastanza per espiarlo.


Solo nel 2024, legislatori in 40 stati hanno presentato 291 disegni di legge per restringere l'accesso al voto — leggi che impongono requisiti più severi per i documenti d'identità, rendono più difficile la registrazione elettorale, aggiungono ostacoli burocratici su burocratici. Non stiamo parlando di misure anti-frode, come vengono spacciati. La frode elettorale negli Stati Uniti è documentata come fenomeno marginale, statisticamente quasi inesistente. Stiamo parlando di leggi costruite su misura per rendere il voto più difficile per categorie specifiche di persone — poveri, anziani, afroamericani, latinos, studenti.


In Alabama 🇺🇸, prima delle elezioni del 2024, il Dipartimento di Giustizia ha fatto causa allo stato per aver cancellato dalle liste elettorali oltre 3.000 persone — tra cui cittadini americani nati sul suolo americano — a cui erano stati assegnati per errore numeri identificativi da non-cittadini. Pensa: sei americano, sei nato negli Stati Uniti, paghi le tasse, e il giorno prima delle elezioni scopri che sei stato cancellato dalle liste perché qualcuno ha sbagliato un numero in un database. E devi dimostrare che esisti. Che sei americano. Che hai il diritto di votare nel paese in cui sei nato.


Chiusura strategica di seggi nelle zone a maggioranza nera o latina, spesso l'unico seggio a decine di chilometri. Code di ore nelle aree povere, mentre nei quartieri ricchi si vota in venti minuti. Leggi che richiedono documenti d'identità specifici — una patente, un passaporto — che certi gruppi demografici storicamente faticano a ottenere. Non è un complotto. È documentato, è litigato nei tribunali federali, è scritto nelle sentenze.


Trump non c'entra.

O meglio: c'entra troppo poco.


Eccoci al punto che voglio che ti rimanga.

Quello per cui vale la pena aver letto fin qui.


Tutto quello che ti ho descritto — Electoral College, gerrymandering, soppressione del voto — non ha niente a che fare con Donald Trump 🇺🇸. Non è iniziato con Trump, non finirà con Trump, non è una deviazione dall'ideale americano. È l'ideale americano, nella sua versione autentica e non edulcorata. Trump è un sintomo. Rumoroso, volgare, impossibile da ignorare — ma pur sempre un sintomo. La malattia è strutturale, è vecchia di due secoli, è cucita dentro il sistema fin dal primo giorno in quella stanza con le finestre chiuse a Filadelfia.


Prima di Trump c'era Bush che vinceva senza il voto popolare. Prima di Bush c'era Nixon con il Watergate. Prima di Nixon c'erano le leggi Jim Crow — segregazione razziale istituzionalizzata, protetta per legge, decenni dopo che la Costituzione aveva formalmente abolito la schiavitù. Prima ancora c'erano gli schiavi che non votavano affatto, e le donne che non votavano affatto, e i poveri senza proprietà che non votavano affatto. Il filo è sempre lo stesso — chi ha il potere costruisce il sistema per tenerlo, e poi ci mette sopra la parola "democrazia" come si mette un centrino ricamato su un tavolo sgangherato.


Il mito americano è il prodotto di #marketing politico più riuscito della storia moderna. Più efficace della Coca-Cola 🥤, più pervasivo di Hollywood 🎬, più resistente di qualsiasi ideologia del Novecento. Ha convinto mezzo mondo — e moltissimi americani stessi — che libertà e democrazia avessero un solo indirizzo postale. Ha funzionato così bene che ancora oggi c'è gente che guarda al sistema americano come a un modello da imitare.


Questa serie — #USAutocracy — nasce per fare una cosa sola: guardare dietro al centrino. Un episodio alla volta, un pilastro alla volta. La giustizia, la stampa, il sogno americano, la libertà, le carceri, le armi, le lobby. Ogni volta troveremo la stessa struttura: una narrazione potente costruita sopra una realtà molto meno presentabile.


La #Pecora ha cominciato.

E quando la Pecora comincia, non si ferma più.


✍️ Anche la Pecora pensa


📌 Fonti

  • USAFacts — Electoral College representation by state

  • Brennan Center for Justice — Gerrymandering Explained

  • Facing South — Southern states push new voting restrictions ahead of 2024 elections

  • ABC News — How voter roll purges could impact 2024 election

  • La Voce di New York — La mappa del potere: il gerrymandering che decide chi vince prima del voto

  • Linkiesta — Come funziona l'Electoral College

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