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  • Razzismo in Italia e sui social: un Paese che odia a suon di clic

    Razzismo in Italia: quello che i numeri dicono e che preferiamo non sentire. C'è un momento preciso in cui il razzismo in Italia smette di essere un problema teorico e diventa una cosa che puoi misurare, pesare, geolocalizzare. Quel momento è quando apri X, scrivi una parola qualunque legata agli immigrati o ai musulmani, e ti rendi conto che metà di quello che leggi non è opinione. È odio. Puro, documentato, ripetuto ogni giorno come un rito. Il razzismo in Italia esiste. Questo lo sappiamo. Ma quello che forse non sappiamo abbastanza, o che facciamo finta di non sapere, è che i social media lo hanno trasformato. Lo hanno industrializzato. Lo hanno reso accessibile a chiunque abbia uno smartphone e cinque minuti liberi tra un caffè e l'altro. Partiamo dai numeri, che fanno sempre un certo effetto. L'ottava edizione della Mappa dell'Intolleranza, presentata a marzo 2025 da Vox Diritti in collaborazione con le università di Milano, Bari, Roma e con il supporto tecnologico di The Fool, ha analizzato i contenuti pubblicati su X nel periodo gennaio-novembre 2024. I ricercatori hanno mappato e classificato i discorsi d'odio in sei categorie: misoginia, antisemitismo, islamofobia, xenofobia, abilismo, omotransfobia. Quello che è venuto fuori non è confortante. L'antisemitismo è passato dal 6,59% di due anni fa al 27% attuale. La xenofobia ha raggiunto l'11% dei tweet analizzati. L'islamofobia è cresciuta di cinque punti percentuali. E le donne, su tutto questo, rappresentano la metà delle persone colpite dall'hate speech totale. La metà. Non sono dati astratti. Sono tweet reali, scritti da persone reali, spesso con nome e cognome bene in vista nel profilo. Non c'è nemmeno più la vergogna dell'anonimato che una volta forse teneva a freno qualcuno. I picchi di odio, spiega il report, coincidono quasi sempre con eventi specifici. La morte di Ramy Elgaml a Milano, inseguito dai carabinieri, ha scatenato un'ondata di messaggi contro migranti e musulmani. La Giornata internazionale per l'eliminazione della discriminazione razziale, paradossalmente, è uno dei momenti in cui aumentano le aggressioni verbali online. Come se la ricorrenza stessa fosse un invito a rispondere con il contrario di quello che la giornata vuole celebrare. La logica del contrarian portata all'estremo. Il meccanismo, se ci penso, non dovrebbe sorprenderci. I social media non sono uno specchio neutro della società. Sono una macchina costruita per amplificare le emozioni più forti, e tra le emozioni umane, la paura e il risentimento sono tra le più potenti. Un algoritmo non distingue tra indignazione giusta e odio travestito da opinione. Vede engagement, punto. Se un post razzista ottiene più interazioni di un post sulla ricetta della pasta al forno, l'algoritmo lo spinge. Semplice. Brutale. Efficace. Questo è il contesto in cui dobbiamo leggere i dati italiani. L'indagine IPSOS-Amref del 2024 dice che sette italiani su dieci ritengono che in Italia le persone di origine africana siano soggette a episodi di razzismo e discriminazione spesso o molto spesso. Sette su dieci. Non è una minoranza oltranzista a pensarlo. È la maggioranza del paese che riconosce il problema, almeno a parole. Poi però su X succede quello che succede, e bisogna ammettere che tra riconoscere un problema e non contribuire ad alimentarlo c'è una distanza che molti non riescono o non vogliono colmare. Il rapporto ECRI, pubblicato nell'ottobre 2024 dalla Commissione europea contro il razzismo e l'intolleranza, ha analizzato la situazione italiana fino all'aprile di quell'anno. Il documento evidenzia progressi in alcune aree, ma segnala preoccupazioni che tornano puntuali: profilazione razziale da parte delle forze dell'ordine, difficoltà di integrazione, narrazioni politiche e mediatiche che contribuiscono alla stigmatizzazione delle minoranze. Non è un documento scritto da attivisti di sinistra. È un organo di monitoraggio del Consiglio d'Europa. Il tipo di fonte che, di solito, viene ascoltata. In teoria. Il Barometro dell'Odio di Amnesty International, al suo settimo anno di pubblicazione, ha rilevato che nel 2023 i contenuti offensivi, discriminatori o che costituiscono vero e proprio hate speech sono cresciuti fino al 15,3%, rispetto a una soglia che si era mantenuta intorno al 10% per anni. Tra questi, i contenuti che incitano direttamente all'odio, alla discriminazione e alla violenza hanno superato il 3% del totale analizzato. Il tema che genera la maggiore incidenza di hate speech, anno dopo anno, rimane quello dell'immigrazione. Non stupisce. Da anni la comunicazione politica italiana sull'immigrazione ha abbassato il livello del discorso pubblico, normalizzando espressioni che prima sarebbero state inaccettabili in bocca a chi ricopre incarichi istituzionali. Quando la soglia si abbassa dall'alto, si abbassa in tutto il sistema. C'è un aspetto che trovo particolarmente interessante, e anche un po' deprimente, nel modo in cui il razzismo si manifesta oggi sui social italiani. Non è sempre esplicito. Non è sempre il classico insulto razziale che ti fa venire voglia di chiudere il browser e andare a fare una passeggiata. Sempre di più è sottile. È il "sì ma non tutti", è il "capisco il problema ma", è la retorica del "sostituzione etnica" trattata come analisi demografica seria, è la banalizzazione di storie di violenza contro stranieri accompagnata da un "beh, qualcosa avranno fatto". È quello che la ricerca chiama, con un termine preciso, razzismo democratico: la versione presentabile, la versione che non si vede subito, la versione che si difende dietro la libertà di espressione. I social amplificano anche questo. Forse soprattutto questo, perché il razzismo esplicito viene ancora rimosso, segnalato, denunciato. Quello implicito vola basso, sfugge ai filtri, accumula like. Ho letto da qualche parte che uno degli effetti più documentati dell'esposizione prolungata all'hate speech online non riguarda solo chi lo subisce, ma anche chi lo vede passare senza reagire. Si chiama effetto di bystander, e funziona online come funziona offline. Più vedi gente che insulta qualcuno senza conseguenze, più quella norma diventa accettabile. Più diventa accettabile, più si diffonde. È un loop. I social media l'hanno reso tremendamente efficiente. Non voglio chiudere questo pezzo con l'ennesima lista di cose che bisognerebbe fare. Le sappiamo già: più moderazione sulle piattaforme, più educazione digitale nelle scuole, più responsabilità dei politici nel linguaggio che usano. Lo sappiamo. Il problema è che sapere non basta se poi ognuno di noi, nel momento in cui vede un commento razzista su Facebook sotto la notizia dell'ennesimo sbarco, decide che non vale la pena rispondere, segnalare, fare qualcosa. Perché è tardi, perché ci sono cento commenti, perché tanto non cambierà niente. Forse è proprio questo il punto. Il razzismo in Italia, sui social e non solo, sopravvive anche grazie al silenzio di chi non è razzista. È una riflessione scomoda, me ne rendo conto. Ma scomoda non vuol dire sbagliata. ✍️ Anche la Pecora pensa 📌 Fonti Vox Diritti — Mappa dell'Intolleranza 8, ottava edizione (marzo 2025), in collaborazione con Università degli Studi di Milano, Università di Bari Aldo Moro, Sapienza Università di Roma Amnesty International Italia — Barometro dell'Odio, settima edizione (2024) ECRI — Sesto rapporto sull'Italia, Commissione europea contro il razzismo e l'intolleranza (ottobre 2024) IPSOS-Amref — Africa e Salute: l'opinione degli italiani, terza edizione (2024) La Via Libera — Odio all'italiana, su X un milione di tweet violenti (aprile 2025) Rete Contro l'Odio — Mappa dell'Intolleranza 8: l'odio online cresce e si trasforma (marzo 2025)

  • Intelligenza artificiale come medico di base: quando liste di attesa e camici bianchi senza empatia ti lasciano solo con un chatbot

    L'intelligenza artificiale non ha rubato i pazienti alla sanità italiana: li ha raccolti da terra C'è una ricercatrice svedese, Almira Osmanovic Thunström, che ha passato del tempo a costruire una malattia completamente inventata. L'ha chiamata bixonimania, le ha dato una bibliografia fasulla, ha citato università inesistenti, ha messo nell'abstract una nota che diceva esplicitamente che lo studio era falso e i partecipanti non erano mai esistiti. Poi ha lasciato questo materiale in giro su internet e ha aspettato. ChatGPT, Google Gemini, Microsoft Copilot e Perplexity, interrogati da un utente che descriveva occhi rossi e troppe ore davanti agli schermi, alla fine l'hanno nominata. Non come prima risposta, ma ci sono arrivati. La bixonimania è diventata una possibilità medica reale dentro una conversazione reale con una macchina. La notizia ha fatto il giro del mondo con il solito carico di allarme: l'intelligenza artificiale è pericolosa, l'intelligenza artificiale si inventa le cose, non fidatevi dell'intelligenza artificiale. E tutto questo è anche vero. Ma c'è una domanda che quasi nessuno si è fatto davvero: perché quarantatré italiani su cento cercano risposta ai propri sintomi su un chatbot invece che dal medico? Alle undici di sera, quando il medico dorme e l'ansia no, milioni di italiani prendono il telefono e chiedono a una macchina se quel dolore è grave. Il 43% lo fa regolarmente. Non "a volte", non "per curiosità": regolarmente, come si controlla il meteo o si legge la posta. Questo dato viene da una ricerca italiana chiamata "Salute Artificiale" e non descrive una patologia tecnologica. Descrive un sistema sanitario che ha smesso di rispondere. Prendiamo i numeri di quest'anno, quelli freschi freschi che nessuno vuole guardare in faccia. Nel primo quadrimestre del 2026 sono state erogate fuori dai tempi massimi previsti oltre 1,2 milioni di prime visite specialistiche e circa 688.500 esami diagnostici, tra cui Tac, risonanze magnetiche ed ecografie, per un totale che sfiora i 2 milioni di prestazioni in ritardo. Due milioni. Nel giro di quattro mesi. Tra le prestazioni più critiche figura la colonscopia in caso di urgenza, dove il rispetto dei tempi avviene in appena il 37% dei casi. Significa che se il tuo medico scrive "urgente" su un foglio rosa, hai comunque sei possibilità su dieci di aspettare oltre i limiti di legge. In Italia, nel 2026. Ma il problema non inizia con lo specialista. Inizia molto prima, con il medico di base che non c'è. Secondo i dati della Fondazione Gimbe, in Italia mancano oltre 5.700 medici di medicina generale e sempre più cittadini faticano a trovarne uno, soprattutto nelle regioni più popolose. Tra il 2019 e il 2024 il numero di professionisti è diminuito di 5.197 unità, pari al 14,1%, passando da circa 42.000 a meno di 37.000. Nel frattempo la domanda è cresciuta: nel 2025 gli over 65 erano quasi 14,6 milioni, il 24,7% della popolazione. Meno medici, più anziani, più malati cronici, più bisogno. A gennaio 2025 i medici di medicina generale avevano in carico quasi 51 milioni di assistiti, con una media di 1.383 pazienti ciascuno. Milletrecentoottantatré persone per un solo medico. Prova a immaginare di avere 1.383 pazienti e di dover essere empatico, presente, disponibile, puntuale, aggiornato e umano con ognuno di loro. E però. Però c'è anche un'altra storia, che i dati non raccontano ma che quasi chiunque conosce per esperienza diretta. Quella del medico che ti guarda come se stessi rubando il suo tempo. Quello che risponde alla tua domanda prima ancora che tu l'abbia finita di fare. Quello che firma la ricetta senza alzare gli occhi dallo schermo. Quello che quando descrivi un sintomo ti dice "è lo stress" con la stessa espressione con cui direbbe "buongiorno". Il piedistallo esiste, ed è reale quanto le liste d'attesa. Il 7,6% degli italiani rinuncia alle cure a causa delle difficoltà di accesso ai servizi. Le persone a rischio di povertà sono le più esposte. Rinunciare alle cure non significa solo non fare una visita. Significa rimandare, ignorare, sperare che passi. E nel mezzo, tra chi aspetta mesi e chi ha smesso di sperare, c'è uno spazio enorme che qualcuno ha riempito. Lo ha riempito un chatbot. Il problema non è tecnico. I modelli linguistici vengono addestrati su miliardi di testi raccolti online e se dentro quei testi entra un errore camuffato da scienza, quell'errore può essere trattato come plausibile. Non è dolo, è struttura. Studi del 2026 mostrano che i chatbot AI per consigli medici forniscono risposte inaccurate o inconsistenti nel 40-70% dei casi reali, tendendo a sovrastimare l'urgenza o a sottovalutare sintomi gravi. È un dato che dovrebbe spaventare. Ma dovrebbe spaventare anche l'altro dato: quasi un italiano su due, il 49,6%, usa già chatbot di intelligenza artificiale per cercare informazioni su piccoli disturbi e farmaci da banco. Non per curiosità intellettuale. Per necessità. Perché alle undici di sera non c'è nessuno dall'altra parte. Perché il numero del medico squilla a vuoto. Perché il Cup ti dice che la prima disponibilità è tra quattro mesi e nel frattempo tu hai paura. L'intelligenza artificiale non ha conquistato i pazienti italiani con la sua superiorità. Li ha raccolti da terra. Ha trovato uno spazio enorme lasciato vuoto da un sistema che si è seduto sulle proprie inefficienze e da una parte della categoria medica che ha trasformato il giuramento di Ippocrate in un orario d'ufficio. Il chatbot non ti giudica, non ti guarda dall'alto in basso, non consulta l'orologio mentre parli. Questo non lo rende affidabile. Lo rende preferibile. E questa differenza dovrebbe tenere sveglia di notte l'intera classe medica italiana, molto più della bixonimania. La soluzione non è vietare i chatbot né demonizzare chi li usa. È ricostruire un rapporto di fiducia tra il paziente e chi dovrebbe curarlo, che passa per tempi di attesa umani, medici presenti, e qualcuno che quando dici "ho paura" non risponde con un codice di esenzione ticket. Fino ad allora, l'intelligenza artificiale continuerà a fare il medico di base. Non perché sia brava. Perché è l'unica che risponde. ✍️ Anche la Pecora pensa 📌 Fonti Ricerca "Salute Artificiale" – Agenda Digitale, febbraio 2026 Dati Agenas – Piattaforma nazionale liste d'attesa, primo quadrimestre 2026 (Quotidiano Sanità, maggio 2026) Fondazione Gimbe – Carenza medici di medicina generale, marzo 2026 (Il Fatto Quotidiano) Rapporto OCSE "Profilo della sanità 2025: Italia" – Fanpage.it, maggio 2026 Indagine KFF sulla salute mentale e AI – marzo 2026 Studio sulla bixonimania – Almira Osmanovic Thunström, Università di Göteborg / Sahlgrenska University Hospital Report ECRI 2026 – AI chatbot al primo posto tra i pericoli tecnologici in sanità Chatbot sanitari: rischi e accuratezza – Microbiologia Italia, marzo 2026 Tgcom24 – Decreto Schillaci e carenza medici di base, aprile 2026

  • Prima gli Italiani: Peccato che senza gli Stranieri in Italia non ce ne siano abbastanza

    Gli stranieri in Italia tengono in piedi un paese che fa finta di non saperlo. I numeri dell'ISTAT 2026 raccontano una storia che nessuno ha il coraggio di leggere ad alta voce. C'è un numero che il governo italiano non cita mai nei suoi comunicati stampa, non appende sui manifesti elettorali, non porta a supporto dei suoi decreti sicurezza. È un numero scomodo, preciso, certificato — prodotto da un istituto dello Stato, pagato con soldi pubblici, gestito da persone che non possono permettersi di inventarselo. Quel numero dice che nel 2025, per la prima volta dopo dodici anni di declino costante, la popolazione italiana non è diminuita. E dice anche perché: non per merito delle politiche familiari, non per un improvviso ritorno alla voglia di fare figli, non per qualche miracolo demografico caduto dal cielo. Per merito degli stranieri in Italia. Solo per merito loro. I numeri che nessuno vuole leggere Il Rapporto Annuale ISTAT 2026 è un documento che andrebbe letto con attenzione da chiunque parli di immigrazione in questo paese — e in particolare da chi la usa come clava elettorale da anni. Non è un pamphlet politico, non è un'analisi di parte. È statistica. La fotografia di quello che è successo davvero, con i numeri che non si lasciano piegare dall'umore della campagna elettorale. Le nascite in Italia si attestano a circa 355mila nel 2025, con un tasso di fecondità tra i più bassi in Europa. In dieci anni la popolazione è scesa da 60,2 a 58,9 milioni di residenti. L'età media ha raggiunto i 47 anni e gli over 65 rappresentano oltre un quarto della popolazione totale. Fermiamoci un momento. Un paese in cui un quarto della popolazione ha più di 65 anni è un paese che invecchia in modo strutturale, non congiunturale. Non è una crisi passeggera che si risolve con qualche bonus bebè o con qualche campagna ministeriale sull'orgoglio della maternità. È una tendenza demografica profonda, radicata in decenni di trasformazioni economiche e sociali, che non si inverte con un decreto. Dopo 12 anni di declino costante, per la prima volta la popolazione in Italia non è diminuita. Il numero di residenti al 1° gennaio 2026 — 58,943 milioni — è praticamente identico a quello del 2025. Il merito va attribuito alle immigrazioni: l'anno scorso sono arrivate in Italia 440mila persone straniere, la maggior parte da Marocco, Egitto, Tunisia, Bangladesh, Pakistan e India. Quattrocentoquarantamila persone. Quasi mezzo milione. Che sono arrivate qui, si sono stabilite, hanno pagato contributi, hanno lavorato, hanno riempito posti che gli italiani non occupano più — non perché non vogliono, ma perché non ci sono abbastanza italiani giovani per occuparli tutti. L'immigrazione, scrive l'ISTAT, "contribuisce alla tenuta demografica e al ricambio generazionale". Il saldo migratorio ha compensato interamente il crollo demografico naturale. Oggi i cittadini stranieri residenti sono 5,6 milioni, il 9,4% della popolazione totale. Quasi uno su dieci. Tenuta demografica. Ricambio generazionale. Sono le parole dell'ISTAT — non di un centro sociale, non di un'associazione umanitaria, non di un giornale di sinistra. Dell'istituto nazionale di statistica della Repubblica Italiana. Cosa fanno davvero gli stranieri in Italia Qui bisogna essere precisi, perché la vaghezza fa comodo a chi preferisce non approfondire. Gli stranieri in Italia non sono un monolite astratto. Sono persone che lavorano in settori specifici, misurabili, documentati. Nel 2025 le assunzioni di lavoratori stranieri hanno sfiorato 1 milione e 360mila unità, pari al 23,4% del totale. In pratica, quasi un nuovo assunto su quattro non è italiano. Confrontando i dati con il 2019, il numero assoluto di ingressi è più che raddoppiato. Lo certifica la CGIA di Mestre su dati del sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro. I servizi collettivi e personali si confermano il settore con la più alta incidenza di lavoratori stranieri — il 30,9% del totale — seguiti dall'agricoltura al 20%, dagli alberghi e ristoranti al 18,5% e dalle costruzioni al 16,9%. Dati del Ministero del Lavoro, XV Rapporto sugli stranieri nel mercato del lavoro in Italia 2025. In agricoltura quasi la metà delle nuove assunzioni riguarda stranieri: il 42,9%. Nel tessile-abbigliamento-calzature il 41,8%, nelle costruzioni il 33,6%. Tradotto in italiano concreto: senza stranieri, metà dei campi italiani non vengono raccolti. Senza stranieri, un terzo dei cantieri si ferma. Senza stranieri, il pomodoro che usi per il sugo del martedì sera probabilmente non esisterebbe — o costerebbe il doppio. I lavoratori dell'Europa dell'Est sono particolarmente presenti nell'assistenza familiare e nel lavoro domestico. Quelli del Nord Africa in edilizia, agricoltura e logistica. Dall'Asia meridionale proviene una quota significativa di addetti all'agricoltura, alla ristorazione e al piccolo commercio. C'è poi la questione degli anziani, che in Italia è una questione enorme e sistematicamente sottovalutata. Il paese più vecchio d'Europa — dopo il Giappone, il più vecchio del mondo — ha un sistema di assistenza agli anziani che regge in buona parte grazie alle badanti straniere, in larga maggioranza donne dell'Est Europa. Sono quelle che assistono i nonni nelle case di mezza Italia, che consentono alle famiglie italiane di lavorare, che colmano i buchi di un welfare pubblico che non ha mai avuto le risorse per coprire tutto. Nessuno ne parla. Finché non vengono a mancare. Il paradosso del paese che non vuole quello di cui ha bisogno La Fondazione Leone Moressa stima quasi 2,2 milioni di lavoratori dipendenti extracomunitari in Italia. L'incidenza maggiore si registra in Emilia-Romagna al 17,4%, Toscana e Lombardia entrambe al 16,6%. Le stesse regioni che producono la maggior parte del PIL italiano. Le stesse regioni che votano in larga parte per partiti che hanno costruito campagne elettorali sulla chiusura delle frontiere. Non è una contraddizione piccola. È una contraddizione enorme, sistemica, che nessuno riesce a guardare in faccia con onestà. I lavoratori stranieri pagano tasse e contributi come tutti, ma essendo mediamente più giovani usufruiscono meno di pensioni e prestazioni. In un paese con il sistema pensionistico più sotto pressione d'Europa — dove i giovani italiani pagano contributi per pensioni che probabilmente non prenderanno mai nella misura attesa — questa è una notizia rilevante. I lavoratori stranieri sostengono il sistema senza pesarci sopra nella stessa misura. Almeno per ora. Almeno finché sono giovani. Il PIL italiano è cresciuto appena dello 0,5% nel 2025, con una crescita complessiva di appena l'1,9% rispetto al 2007, contro il quasi 20% di Francia, Germania e Spagna. Quasi vent'anni di stagnazione relativa. Un paese che cresce meno dei vicini, che ha una produttività stagnante perché investe troppo poco in innovazione e ricerca, che perde giovani e non riesce a sostituirli con altrettanti giovani italiani. E che dipende strutturalmente dall'immigrazione per tenere in piedi il sistema — produttivo, demografico, previdenziale. Gli italiani che nel frattempo se ne vanno Al 31 dicembre 2024 risiedevano all'estero 6,4 milioni di cittadini italiani, 243mila in più rispetto al 2023. Oltre il 50% vive in Europa. Nel biennio 2023-24 si sono registrati 270mila espatri di cittadini italiani, il 39,3% in più rispetto al biennio precedente. Dati ISTAT. Sei milioni e quattrocentomila italiani vivono fuori dall'Italia. Più degli stranieri residenti qui. Vanno a Londra, a Berlino, a Barcellona, ad Amsterdam. Vanno dove i salari sono più alti, dove il mercato del lavoro assorbe le competenze, dove un giovane con una laurea trova un lavoro coerente con quello che ha studiato invece di fare il cameriere a tremila euro lordi in una città dove l'affitto ne costa milleduecento. Sono i nostri figli migliori, nella maggior parte dei casi. Quelli che abbiamo formato con le nostre università — spesso eccellenti, spesso sottofinanziate — e che abbiamo poi lasciato partire perché non riuscivamo a offrire loro nulla di paragonabile a quello che trovavano altrove. Li piangiamo, li celebriamo come "cervelli in fuga" in articoli commossi, e poi non cambiamo niente di quello che li ha fatti fuggire. Nel frattempo, 440mila stranieri arrivano ogni anno e riempiono i buchi che lasciamo. Quello che non si dice C'è una conversazione che l'Italia non riesce ancora a fare con se stessa. Non sulla bontà o meno dell'immigrazione come fenomeno — su quello si può discutere all'infinito, con argomenti legittimi da tutte le parti. Ma sulla realtà dei numeri. Sul fatto che il paese ha bisogno di persone che arrivino dall'estero per non collassare demograficamente. Sul fatto che queste persone pagano tasse e contributi. Sul fatto che i loro figli — nati qui, cresciuti qui, che parlano italiano senza accento e non conoscono altro paese — non hanno la cittadinanza italiana perché la legge non gliela dà automaticamente. Sul fatto, insomma, che c'è uno scarto enorme tra il racconto pubblico che si fa dell'immigrazione e la realtà di quello che gli stranieri in Italia fanno, producono, costruiscono ogni giorno. L'ISTAT lo dice con i numeri. La realtà lo dice con i fatti. Il dibattito pubblico dice altro. E intanto il paese invecchia, i giovani partono, gli stranieri arrivano, e tutto continua — con o senza i manifesti elettorali. ✍️ Anche la Pecora pensa 📌 Fonti ISTAT — Rapporto Annuale 2026 ISTAT — Bilancio demografico della popolazione 2025 Ministero del Lavoro — XV Rapporto sugli stranieri nel mercato del lavoro in Italia 2025 CGIA di Mestre — Report assunzioni lavoratori stranieri 2025 Fondazione Leone Moressa — Lavoratori dipendenti extracomunitari in Italia 2025

  • 2 Giugno Festa della Repubblica: Elogio dolceamaro di un Paese che non sa ancora quanto vale

    L'Italia compie ottant'anni e non sa ancora quanto vale. Un ritratto dolceamaro del paese più copiato e più invidiato del mondo — che continua a non crederci. Il 2 giugno Festa della Repubblica è una di quelle date che gli italiani festeggiano con un entusiasmo strano — un misto di orgoglio genuino, ironia difensiva e quella malinconia tipica di chi ama qualcosa sapendo benissimo tutti i suoi difetti. Non è il 14 luglio francese, tutto cannoni e grandeur. Non è il 4 luglio americano, tutto stelle e strisce e certezza assoluta di essere i migliori. Il 2 giugno italiano è qualcosa di più complicato, più umano, più vero. È il compleanno di un paese che non ha ancora smesso di stupire il mondo — e di sottovalutare se stesso. Una data che viene da lontano Era il 2 giugno 1946. L'Italia usciva da vent'anni di fascismo e da una guerra che aveva lasciato macerie ovunque — nelle città, nelle famiglie, nelle coscienze. Gli italiani andarono alle urne per decidere che forma dare al futuro: monarchia o repubblica. Per la prima volta nella storia del paese, votarono anche le donne. Non è un dettaglio secondario: è la cifra esatta di quello che stava succedendo, la misura del cambiamento che si stava cercando di costruire. Scelsero la Repubblica, con circa il 54 per cento dei voti. Dissero no ai Savoia — a quella dinastia che aveva firmato le leggi razziali nel 1938, che aveva mandato centinaia di migliaia di ragazzi a morire in Russia senza equipaggiamento adeguato, che l'8 settembre 1943 era fuggita da Roma lasciando l'esercito senza ordini e il paese nel caos. Non fu una scelta facile, non fu una scelta unanime. Le divisioni erano profonde, geografiche, culturali. Il Sud votò in maggioranza per la monarchia. Il Nord per la Repubblica. Ma la Repubblica vinse. E l'Italia cominciò. Se l'Italia fosse una donna Se l'Italia fosse una persona, sarebbe una donna mediterranea. Una di quelle donne che non passano inosservate — pelle olivastra, capelli scuri, occhi che sembrano contenere qualcosa di antico. Non bella in modo educato o rassicurante. Bella in modo scomodo, nel senso che quando entra in una stanza la gente smette di parlare senza sapere bene perché. Sensuale senza volerlo essere, elegante senza averci mai davvero provato, con quella grazia disordinata di chi non ha mai seguito un manuale e non ne ha sentito il bisogno. E come tutte le donne davvero belle, non lo sa. O fa finta di non saperlo, che è peggio. Si guarda allo specchio e vede i difetti — e i difetti ci sono, eccome — mentre gli altri la guardano e non riescono a smettere. Si lamenta dei capelli, delle rughe, degli anni che passano. E intanto mezzo mondo farebbe qualsiasi cosa per stare seduto al suo tavolo, mangiare quello che cucina lei, sentire come racconta le storie. Ha avuto una vita complicata — amori sbagliati, tradimenti, qualche cicatrice che non si vede ma c'è. Ha fatto scelte discutibili, ha perdonato chi non meritava, ha sprecato talento in posti che non lo capivano. Eppure è ancora lì, ancora intera, ancora con quella luce negli occhi che non si spiega razionalmente. Invecchia, ma non appassisce. E questo, per chi la osserva dall'esterno, è la cosa più desconcertante di tutte. Il problema di essere troppo Nessun altro paese al mondo ha questo problema specifico: il problema di essere troppo. Troppo bella, troppo antica, troppo piena di cose. Vai in qualsiasi città italiana di provincia — non Milano, non Roma, non Firenze, una qualsiasi — e trovi un palazzo del Quattrocento usato come parcheggio comunale, un affresco del Cinquecento mezzo scrostato sopra un negozio di telefonia, una chiesa barocca aperta il martedì dalle dieci alle dodici se non piove e se il custode non ha il mal di schiena. L'Italia ha più siti patrimonio UNESCO di qualsiasi altro paese al mondo. Cinquantotto, all'ultimo conteggio. Più della Cina, più della Spagna, più della Francia. Un record che viene citato con orgoglio nei comunicati istituzionali e poi dimenticato nell'amministrazione quotidiana di quei luoghi, spesso sottofinanziati, spesso aperti con orari improbabili, spesso conosciuti meglio dai turisti stranieri che dagli italiani stessi. È un paese che ha inventato il Rinascimento — e non è un'iperbole, è un fatto storico. Ha inventato la prospettiva nella pittura, il metodo scientifico, la banca moderna, l'opera lirica, la pasta al pomodoro, il caffè espresso così come lo conosciamo, il design industriale, la moda come sistema economico e culturale. Ha prodotto Leonardo, Michelangelo, Galileo, Verdi, Fellini, Armani. Ha costruito roba che ancora oggi, dopo secoli, è il metro di misura del bello per il resto del pianeta. E si convince — con una costanza che quasi fa ammirazione — di essere un paese di serie B. Quello che gli altri non dicono C'è una cosa che raramente viene detta con chiarezza, e vale la pena dirla: il mondo ci invidia in silenzio. Non lo ammette, spesso non lo sa nemmeno razionalizzare, ma lo fa. I francesi hanno costruito un'intera industria del lusso e della gastronomia copiando — e raffinando, questo va riconosciuto — quello che avevano imparato guardando l'Italia. La cucina italiana è la più replicata al mondo, presente in ogni angolo del pianeta, dalla Tokyo più sofisticata alla città americana più sperduta. Non è un caso. È il riconoscimento globale, espresso nel modo più concreto possibile — con i soldi e con la scelta quotidiana — che quello che facciamo a tavola non ha paragoni. Gli americani vengono in Italia a sposarsi. Non in Francia, non in Grecia, non in Spagna — in Italia. Perché da nessuna altra parte il contesto è così carico di bellezza stratificata, di storia visibile, di quella qualità dell'aria e della luce che i fotografi conoscono bene e non riescono mai a spiegare del tutto. Scrivono libri su come vorrebbero vivere come noi — ogni anno ne esce uno nuovo, ogni anno vende centinaia di migliaia di copie in tutto il mondo anglofono — e poi tornano a casa e mangiano in macchina. I tedeschi, che ci trattano da cugini mediterranei un po' caotici e inaffidabili, riempiono le nostre coste ogni estate con una puntualità e una determinazione che noi non avremo mai. I giapponesi studiano la nostra architettura, il nostro design, la nostra sartoria con una devozione che rasenta il sacro. Mandano studenti nelle nostre università d'arte e di moda, aprono istituti dedicati allo studio dello stile italiano, considerano "Made in Italy" una garanzia di qualità che vale molto più del prezzo che ci mettono sopra. E noi, nel frattempo, leggiamo libri sull'hygge danese e sul minimalismo scandinavo. Siamo il paese più copiato e più desiderato al mondo, e abbiamo il complesso d'inferiorità di chi non si è mai guardato allo specchio con attenzione. Il miracolo che non ci stupisce più C'è un episodio della storia italiana recente che meriterebbe molto più spazio di quello che gli viene normalmente dedicato. Si chiama miracolo economico, e non è una metafora — è la descrizione di quello che successe in questo paese tra la metà degli anni Cinquanta e la fine degli anni Sessanta. L'Italia uscì dalla Seconda Guerra Mondiale distrutta. Non metaforicamente: distrutta. Le infrastrutture erano in buona parte rase al suolo, l'economia era ferma, la povertà era diffusa e profonda. In poco più di vent'anni divenne la quinta potenza industriale del mondo. Costruì dal nulla un sistema manifatturiero sofisticato, sviluppò marchi che ancora oggi sono sinonimo di eccellenza globale, creò una classe media che non era mai esistita prima nella storia del paese. Lo chiamarono miracolo perché non riuscivano a spiegarlo altrimenti. Perché non seguiva i modelli previsti, non obbediva alle logiche attese. Era il risultato di qualcosa di difficile da quantificare: una creatività adattiva, una capacità di arrangiarsi che in italiano ha una parola sola e intraducibile — ingegno — e che in altre lingue richiede un'intera parafrasi. Questa cosa non è scomparsa. È ancora qui, distribuita in modo irregolare e spesso invisibile, nei distretti industriali del Nord-Est, nell'artigianato toscano, nella piccola impresa diffusa che produce oggetti di qualità straordinaria per mercati internazionali che spesso non sanno nemmeno dove si trovano le città da cui arrivano quei prodotti. Quello che siamo davvero Il 2 giugno Festa della Repubblica è anche il momento giusto per provare a fare i conti con quello che siamo davvero — non quello che vorremmo essere, non quello che temiamo di essere, ma quello che siamo. Siamo un paese che funziona meglio nelle emergenze che nella routine. Che sa rialzarsi dai terremoti, dalle alluvioni, dalle crisi finanziarie, dalle pandemie con una velocità e una solidarietà che stupisce sempre chi la osserva dall'esterno. E che poi, finite le emergenze, torna alle vecchie abitudini con una rapidità altrettanto sorprendente. Siamo un paese che produce bellezza con una facilità imbarazzante — nel cibo, nel vestire, nel costruire, nel raccontare — e che non riesce a valorizzarla sistematicamente. Che ha la sanità pubblica tra le più efficaci del mondo, per qualità delle cure in rapporto alla spesa, e non riesce a comunicarlo. Che forma eccellenze in ogni campo e poi le vede partire per Londra, Berlino, Boston, dove vengono accolte con un entusiasmo che qui non hanno mai ricevuto. Siamo un paese di contraddizioni profonde e irrisolte — tra Nord e Sud, tra passato e presente, tra la provincia e la capitale, tra quello che siamo stati e quello che non sappiamo ancora bene cosa vogliamo diventare. E in questa contraddizione, stranamente, c'è qualcosa di vivo. Qualcosa che non si lascia ridurre a una formula, a un brand, a una narrazione semplice. Gli italiani si lamentano di questo paese con un affetto feroce che nessuno capisce dall'esterno. Sono i primi a dire che qui non funziona niente — e i primi a scattare se qualcuno straniero si permette di dirlo. Esportano i propri figli e poi li piangono. Dicono "questo paese è finito" da almeno ottant'anni. E il paese è ancora qui. Con la sua bellezza sfrontata, i suoi difetti enormi, la sua cucina imbattibile, quella luce nel pomeriggio che non esiste da nessun'altra parte al mondo e che i pittori di ogni epoca hanno cercato di catturare senza mai riuscirci del tutto. Buon compleanno, Repubblica Italiana. Ottant'anni. Non li dimostri — nel senso peggiore e nel senso migliore. Sei quella donna che tutti hanno voluto, che qualcuno ha maltrattato, che nessuno ha mai capito fino in fondo. Un disastro meraviglioso. Una cosa rara. E in fondo — ed è il segreto che non ammettiamo mai ad alta voce — non c'è posto al mondo dove si sta come qui. ✍️ Anche la Pecora pensa 📌 Fonti Wikipedia — Referendum istituzionale italiano del 2 giugno 1946 UNESCO — World Heritage List: Italy ISTAT — Rapporto annuale sulla situazione del paese Ilvo Diamanti — Gramsci, Moro e il Gattopardo (La Repubblica, analisi elettorale storica) Paul Ginsborg — Storia d'Italia dal dopoguerra a oggi (Einaudi)

  • Foibe: la vergogna non è solo di chi le ha scavate. È anche di chi ha taciuto per sessant'anni

    Quando la politica seppellisce i morti due volte L'immagine che apre questo articolo è stata elaborata con l'intelligenza artificiale per esigenze stilistiche, ma si ispira a qualcosa di reale e recente. Il 29 maggio 2026, in Largo Panfili a #Trieste 🇮🇹, è stato inaugurato "Momentum" — un cilindro trasparente in plexiglass alto sei metri e largo tre, realizzato dagli studenti Jasmine Iannì e Giuseppe Sabatino dell'Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria. All'interno del cilindro, corpi bianchi e anonimi in caduta libera verso il basso. Corpi senza identità. Corpi che cadono. Come cadevano loro. È bello, quel monumento. È necessario. È giusto. Ed è in ritardo di ottant'anni. Immagina di avere una famiglia. Una casa. Una lingua. Un posto nel mondo che è tuo da generazioni — non perché qualcuno te l'ha assegnato, ma perché ci sei nato, ci sono nati tuo padre e tuo nonno, perché le pietre di quelle strade le conosci a memoria e sanno il tuo nome. Immagina che una mattina arrivino degli uomini armati e ti dicano che quella casa non è più tua, che quella lingua è nemica, che tu sei il problema. E immagina che il paese per cui ti sentivi di combattere — l'Italia, la Repubblica, quello Stato che stava nascendo sulle macerie della guerra — guardi dall'altra parte. Per anni. Per decenni. Per più di mezzo secolo. Questa non è una metafora. È quello che è successo. Tra il 1943 e il 1945, nei territori della Venezia Giulia, del Quarnaro e della Dalmazia, i partigiani jugoslavi di Josip Broz Tito diedero inizio a uno dei capitoli più bui del dopoguerra italiano. Migliaia di italiani — non solo fascisti, non solo militari, ma insegnanti, preti, avvocati, antifascisti, chiunque rappresentasse una presenza italiana organizzata su quelle terre — furono arrestati, torturati, uccisi e gettati nelle foibe. Le foibe sono cavità carsiche naturali profonde anche duecento metri, voragini nel terreno del Carso che divennero fosse comuni. Alcuni venivano fucilati sul bordo e cadevano già morti. Altri venivano legati con il fil di ferro a chi stava davanti e a chi stava dietro — una catena umana — così che il peso dei morti trascinasse giù i feriti, e il peso dei feriti trascinasse giù i vivi. Un sistema elaborato. Pensato. Non la furia cieca di una battaglia, ma qualcosa di molto più freddo. Le stime delle vittime oscillano tra le 3.000 e le 5.000 secondo gli storici più accreditati, con cifre che salgono fino a 11.000 includendo i morti nei campi di prigionia jugoslavi, e fino a 15.000 secondo fonti più controverse. I numeri sono ancora oggetto di dibattito — il più autorevole, Raoul Pupo, indica tra le 3.000 e le 5.000 vittime, precisando che oltre 11.000 si raggiunge solo conteggiando i caduti in combattimento, cifra che lui stesso considera estranea al computo delle foibe — e questo dibattito è legittimo e necessario. Quello che non è legittimo, e non è necessario, è il silenzio che ha circondato questa vicenda per sessant'anni. Perché di silenzio si tratta. Organizzato, deliberato, conveniente. Agli eccidi seguì l'esodo. Tra il 1945 e il 1956, tra i 250.000 e i 350.000 italiani — istriani, fiumani, dalmati — abbandonarono le loro terre. Non partirono. Fuggirono. Lasciarono case, beni, tombe, radici. Arrivarono in Italia come profughi e l'Italia li accolse come scomodi. La sinistra li ignorò — troppo vicina alla Jugoslavia di Tito, troppo imbarazzata dai crimini di chi considerava alleato ideologico. La Democrazia Cristiana al governo non li considerò abbastanza da fare rumore diplomatico. Finirono nei campi profughi, in appartamenti requisiti, in vagoni ferroviari trasformati in abitazioni. Fantasmi di un confine che l'Italia preferiva non guardare. Il silenzio aveva tre padri, e nessuno dei tre ha mai pagato davvero il conto. Il primo padre era ideologico. La sinistra italiana del dopoguerra era profondamente legata a Palmiro Togliatti e al Partito Comunista Italiano, che aveva rapporti organici con la Jugoslavia di Tito. Parlare dei crimini dei partigiani jugoslavi significava incrinare quella narrativa, ammettere che la bandiera rossa poteva coprire massacri come qualsiasi altra bandiera. Era una verità troppo scomoda. Meglio il silenzio. Lo storico Giordano Bruno Guerri ha detto con chiarezza che la vicenda delle foibe sembrava una manifestazione di destra, e così la si è fatta apparire sia a destra che a sinistra, trasformando un problema della memoria collettiva in un'arma di schieramento. Le vittime nel mezzo, come sempre. Il secondo padre era diplomatico. Durante la Guerra Fredda la Jugoslavia di Tito era un caso anomalo e prezioso per l'Occidente — un paese comunista che aveva rotto con Mosca nel 1948 e rappresentava un cuneo strategico tra il blocco sovietico e l'Europa libera. Sollevare la questione delle foibe, fare pressione su Belgrado per riconoscere i crimini, rischiare di destabilizzare quel rapporto complicato ma utile — nessuno a Roma o a Washington aveva interesse a farlo. La ragion di Stato ha i suoi cadaveri, e non sempre li seppellisce nelle foibe. A volte li seppellisce negli archivi. Il terzo padre era più banale e forse più vergognoso degli altri due: la comodità. È sempre più comodo non sapere. Non fare domande. Non riaprire ferite che qualcuno ha interesse a tenere chiuse. I profughi giuliano-dalmati erano poveri, erano scomodi, arrivavano da terre lontane con storie difficili da raccontare e ancora più difficili da ascoltare. L'Italia del miracolo economico stava guardando avanti — le autostrade, la Fiat 500, il boom. Chi aveva tempo e voglia di guardare indietro verso il Carso? Così il silenzio è durato. Decennio dopo decennio. Governo dopo governo. Repubblica dopo Repubblica. Il #GiornodelRicordo è stato istituito nel 2004 con la legge 92, su proposta del deputato triestino Roberto Menia. Cinquantanove anni dopo i fatti. Quasi sessant'anni in cui questa pagina di storia è stata sepolta — non nelle foibe, ma nei silenzi della politica italiana. Tre generazioni di italiani sono cresciute senza sapere. Tre generazioni di esuli hanno aspettato un riconoscimento ufficiale che non arrivava. Tre generazioni di vittime sono rimaste senza voce in un paese che si riempie la bocca di memoria quando fa comodo e la dimentica quando costa qualcosa. E adesso? Adesso la destra usa le foibe come clava contro la sinistra. La sinistra si difende accusando la destra di strumentalizzazione. Gli storici continuano a lavorare in mezzo al fuoco incrociato. E le vittime — quelle vere, quelle di carne e fil di ferro — aspettano ancora di essere ricordate per quello che erano: esseri umani, non pedine di una partita politica che non hanno scelto di giocare. Il monumento "Momentum" di Trieste — quel cilindro trasparente con i corpi bianchi in caduta libera — è la risposta più onesta che questo paese abbia mai dato a quella storia. Non perché sia arrivato tardi, ma perché almeno è arrivato. E perché l'hanno fatto dei ragazzi venuti da Reggio Calabria, dall'altro capo del paese, che non avevano nessun legame personale con quelle terre e hanno scelto lo stesso di raccontarle. Questo, se vogliamo trovare qualcosa di buono in questa storia, è il momento in cui la memoria smette di essere di parte e diventa finalmente di tutti. Oggi, 2 giugno, festa della #Repubblica, la #Pecora lo dice senza sconti: una Repubblica che ha impiegato quasi sessant'anni a riconoscere una delle sue tragedie più grandi non può permettersi di fare la voce grossa sulla memoria. Può solo — finalmente, con ottant'anni di ritardo — fare silenzio, togliersi il cappello, e ascoltare chi ha aspettato troppo a lungo. E la prossima volta che qualcuno usa le foibe per fare campagna elettorale, ricordatevi che sta facendo esattamente quello che hanno fatto quelli che tacevano: usare i morti per i vivi. Cambia il verso. Non cambia la sostanza. 🐑 ✍️ Anche la Pecora pensa 📌 Fonti ANVGD — Inaugurazione monumento "Momentum", Largo Panfili, Trieste, 29 maggio 2026 Federesuli — Cerimonia inaugurale monumento vittime delle foibe, 30 maggio 2026 Nordest24 — Trieste, in Largo Panfili il monumento sulle foibe e sull'esodo giuliano-dalmata, maggio 2026 Trieste.news — Foibe, a Trieste il monumento che "costringe a guardare", 29 maggio 2026 Il Fatto Quotidiano — Foibe: numeri, storia e contesto storico L'Espresso — Ieri uccisi nelle foibe, oggi ostaggi dell'uso politico della storia Euronews Italia — Foibe, perché per 60 anni non ne abbiamo parlato Raoul Pupo — storico, stime vittime foibe Giordano Bruno Guerri — storico, intervista sull'uso politico delle foibe Wikipedia — Massacri delle foibe / Esodo giuliano-dalmata Legge 92/2004 — istituzione Giorno del Ricordo Ministero dell'Interno — Giorno del Ricordo: storia e significato

  • Mario Sechi, Angelucci e la libertà di stampa in Italia: la barzelletta che ci raccontiamo da quarant'anni

    Un editore, una PEC e una scorta. In Italia la libertà di stampa esiste davvero — finché non dà fastidio a chi possiede il giornale. C'è un momento preciso in cui capisci come funziona davvero la libertà di stampa in Italia. Non è quando leggi i rapporti di Reporters Sans Frontières, non è quando senti i discorsi solenni al Quirinale e non è nemmeno quando vedi qualche giornalista in televisione spiegare con aria ispirata che la stampa libera è il presidio della democrazia. Il momento in cui capisci tutto è quando un editore licenzia il suo direttore mentre quest'ultimo è sotto scorta perché qualcuno vuole ammazzarlo. Lì, in quel preciso istante, la retorica si sgonfia come un palloncino bucato e rimane solo la realtà, che è sempre molto più semplice e molto meno nobile di come ce la raccontiamo. Mario Sechi era il direttore di Libero Quotidiano. Il 28 maggio 2026 ha scritto su X quattro parole destinate a diventare un piccolo pezzo di storia del giornalismo italiano contemporaneo: "Angelucci mi ha licenziato." Punto. Niente giri di parole, niente comunicati stampa eleganti, niente di quella diplomazia ipocrita che di solito accompagna queste operazioni. Solo la verità nuda e cruda di chi ha appena ricevuto una PEC mentre stava cercando di capire come organizzare la propria vita con una scorta attaccata ai tacchi. Perché Sechi era sotto protezione. Perché aveva ricevuto minacce di morte dall'ambiente anarchico dopo aver scritto degli editoriali sulla morte di due ragazzi esplosi mentre costruivano una bomba a Roma. Il prefetto lo aveva chiamato, gli aveva comunicato che la sua vita era in pericolo, e lui aveva continuato a fare il suo lavoro. Poi era arrivata la PEC. La tempistica, diciamolo subito, è la cosa più italiana di tutta la vicenda. Non perché in altri paesi gli editori siano necessariamente più nobili d'animo, ma perché da noi esiste una capacità quasi artistica di scegliere il momento peggiore possibile per fare le cose peggiori possibili, e poi guardare tutti dritto negli occhi come se niente fosse. Angelucci ha aspettato che il suo direttore finisse sotto scorta per togliergli la sedia. Gli Angelucci — che oltre a Libero possiedono anche Il Tempo e Il Giornale — hanno quindi impartito un ordine semplice e inequivocabile alle loro altre testate: sulla vicenda Sechi non si scrive una riga. E così è stato. Mentre mezza Italia discuteva della cosa, i giornali della stessa famiglia editoriale facevano finta che non fosse successo niente. Libertà di stampa, appunto. Qui bisogna fermarsi un secondo perché altrimenti si rischia di perdere il dettaglio più gustoso di tutta la storia. Stiamo parlando di giornali. Di testate che ogni giorno pubblicano articoli sulla libertà di informazione, sulla necessità di una stampa indipendente, sul diritto dei cittadini di essere informati. Quegli stessi giornali, per ordine del proprietario, hanno deciso che una notizia non esisteva. Non per motivi editoriali, non per mancanza di spazio, non perché ci fossero notizie più importanti. Per ordine. Come quando il capo dice al commesso di non mettere in vetrina un certo prodotto e il commesso esegue senza fiatare. Solo che qui non stiamo parlando di scarpe o di elettrodomestici. Stiamo parlando di informazione. Di quella cosa per cui ogni anno organizziamo convegni, premi, giornate mondiali e discorsi edificanti. Nel frattempo, la politica ha fatto quello che la politica italiana sa fare meglio nei momenti di crisi: ha prodotto solidarietà. Mattarella ha espresso vicinanza a Sechi. Meloni ha condannato le minacce con parole ferme e inequivocabili. Il presidente della Camera ha fatto lo stesso. Tutto giusto, tutto corretto, tutto assolutamente inutile ai fini pratici della vicenda, dato che nel giro di poche ore Sechi era comunque fuori e al suo posto era già pronto Alessandro Sallusti, che di Libero è stato già direttore in passato e che evidentemente agli Angelucci piace di più. La solidarietà istituzionale in Italia funziona così: arriva puntuale, è sincera nei toni, e non cambia assolutamente niente. Ora, dal campo avverso qualcuno ha già alzato la mano per dire che quella di Sechi è stata "una sceneggiata". Che il licenziamento non c'entra niente con la scorta. Che la misura di protezione era scattata già settimane prima. Che collegare le due cose è strumentale. Può anche essere. Non lo sappiamo con certezza, e onestà intellettuale impone di dirlo. Quello che però sappiamo con certezza è un'altra cosa, ed è una cosa che vale indipendentemente dalle intenzioni di chiunque: in Italia un editore può licenziare un direttore di giornale quando vuole, come vuole e per i motivi che vuole. Può farlo mentre quell'uomo è sotto scorta o mentre va in vacanza, la sostanza non cambia. Può ordinare ai suoi altri giornali di non coprire la notizia e quei giornali eseguiranno. Tutto questo è perfettamente legale, perfettamente normale e perfettamente incompatibile con qualunque discorso serio sulla libertà di stampa. Il problema non è Angelucci. Il problema non è Sechi. Il problema non è nemmeno questa specifica vicenda, che domani sarà già dimenticata mentre si aprirà qualche altro caso identico con nomi diversi. Il problema è che continuiamo a raccontarci la favola della stampa libera in un paese dove i giornali appartengono a industriali, deputati, gruppi finanziari e famiglie con interessi economici ben precisi, e nessuno trova questa cosa particolarmente scandalosa. La troviamo normale. La diamo per scontata. Ci indigniamo caso per caso, direttore per direttore, PEC per PEC, e poi torniamo a leggere gli editoriali sulla libertà di informazione scritti sugli stessi giornali che quella libertà la gestiscono come una concessione revocabile in qualsiasi momento. C'è una scena che mi è rimasta impressa in tutta questa storia. È quel primo tweet di Sechi, quello di una sola parola pubblicato pochi minuti prima di annunciare il licenziamento. Una parola sola, secca, come una porta che si chiude: "Libero." Probabilmente era il titolo del giornale. Probabilmente era anche qualcos'altro. In italiano, dopotutto, quella parola significa anche un'altra cosa. Ed è esattamente quella cosa che in questo paese, quando si tratta di giornali, non siamo mai stati davvero. ✍️ Anche la Pecora pensa 📌 Fonti Virgilio Notizie – Mario Sechi licenziato da Angelucci a Libero Quotidiano Open Online – Alessandro Sallusti torna a Libero, Mario Sechi licenziato dagli Angelucci Il Fatto Quotidiano – Mario Sechi licenziato da Libero: l'attacco ad Angelucci Sky TG24 – Mario Sechi, scorta dopo minacce di morte. Direttore di Libero licenziato da Angelucci Today.it – Mario Sechi è stato licenziato dal suo editore Angelucci

  • Movimenti contro l'intelligenza artificiale: chi sono e cosa vogliono

    Chiedono di fermare l'intelligenza artificiale. Li finanziano quelli che la costruiscono. Benvenuti nella resistenza più comoda del mondo. Partiamo da una notizia che nessuno vi darà mai in modo diretto: i principali movimenti contro l'intelligenza artificiale sono finanziati dalle stesse persone che l'intelligenza artificiale la stanno costruendo. Tenetelo a mente. Perché è la chiave di tutto quello che state per leggere. Negli ultimi anni è cresciuta una galassia di gruppi, associazioni, coalizioni e movimenti che dicono di voler fermare — o almeno rallentare — la corsa all'AI. Alcuni chiedono una pausa. Altri vogliono fermare tutto. Altri ancora scendono in piazza, fanno scioperi della fame, si incatenano davanti agli uffici di OpenAI e Anthropic. Fanno rumore. Fanno notizia. E nel frattempo, dietro le quinte, qualcuno firma i loro assegni. Benvenuti nella più grande operazione di gestione del dissenso del ventunesimo secolo. La pausa che non ferma niente Il gruppo più noto si chiama PauseAI. Nasce nei Paesi Bassi, si espande in Europa e negli Stati Uniti, chiede una moratoria temporanea sullo sviluppo dei modelli di intelligenza artificiale più avanzati. La tesi è semplice: la tecnologia corre più veloce della politica, bisogna aspettare che governi e istituzioni si attrezzino prima di andare avanti. È una posizione ragionevole. Quasi troppo ragionevole. Così ragionevole da essere perfettamente innocua. Perché PauseAI non chiede di fermare niente in modo permanente. Chiede una pausa. Una pausa durante la quale, presumibilmente, i governi si sveglieranno, capiranno cosa sta succedendo, scriveranno leggi sensate e poi daranno il via libera a uno sviluppo responsabile dell'AI. Se credete che questo scenario sia realistico, probabilmente credete anche che le compagnie petrolifere si autoregolino per salvare il clima. Il gruppo organizza manifestazioni, campagne informative, incontri con politici. Tono moderato, linguaggio accessibile, niente estremismi. E finanziamenti che arrivano in larga parte dall'effective altruism — una rete di fondazioni e investitori profondamente intrecciata con la Silicon Valley stessa. Gli stessi ambienti culturali e finanziari che hanno reso possibile la corsa all'AI finanziano il movimento che chiede di rallentarla. Il conflitto di interessi è così evidente che quasi non sembra un conflitto di interessi. Quelli che vogliono fermare tutto — sul serio StopAI nasce come scissione di PauseAI. I fondatori hanno deciso che chiedere una pausa era troppo poco: serviva opporsi completamente allo sviluppo dell'intelligenza artificiale generale, quei sistemi teoricamente capaci di superare gli esseri umani in qualsiasi attività cognitiva. Niente mezze misure. Niente compromessi. E lo fanno sul serio, almeno nelle strade. Sit-in davanti agli uffici di OpenAI. Blocchi stradali. Scioperi della fame. Proteste davanti alla sede di Anthropic. Alcuni membri sono stati arrestati. Il gruppo rivendica con orgoglio la propria indipendenza dai grandi circuiti filantropici della Silicon Valley — niente assegni dai miliardari, solo volontari e piccole donazioni online. È la cosa più onesta di questo intero panorama. Ed è probabilmente per questo che StopAI rimane marginale, rumoroso ma ininfluente, mentre i gruppi più accomodanti ottengono spazio mediatico, finanziamenti e tavoli istituzionali. Perché il sistema non teme chi fa scioperi della fame davanti a un edificio di vetro. Il sistema teme chi ha il potere di fermare davvero qualcosa. E quel potere non si costruisce con i sit-in. Si costruisce con i soldi, le leggi, le istituzioni. Cioè esattamente quello che le Big Tech già controllano. Il lobbying che fa comodo a tutti ControlAI è la realtà più strutturata ed economicamente rilevante di questa galassia. Ha sede nel Regno Unito, è guidata da un manager con un curriculum che passa dalla London School of Economics alle Nazioni Unite, ed è molto brava a comparire sui media giusti — BBC, Guardian, NBC, Times. Paragona i rischi dell'intelligenza artificiale avanzata a quelli di una guerra nucleare. Fa lobbying tra i politici. Chiede regole, controlli, limiti. Tutto legittimo. Tutto necessario, forse. Ma anche tutto perfettamente compatibile con la continuazione dello sviluppo dell'AI, purché avvenga in modo "responsabile". E "responsabile", nel vocabolario delle Big Tech, significa quasi sempre: compatibile con i nostri interessi. Nel board di ControlAI siedono i fondatori di Conjecture, una startup che proponeva un approccio alternativo ai modelli linguistici. Lo scorso marzo quella startup ha chiuso. L'approccio alternativo non è stato percorribile. I movimenti contro l'intelligenza artificiale sono pieni di alternative che non funzionano, di progetti che chiudono, di proposte che restano sulla carta mentre i modelli diventano più potenti, i datacenter si moltiplicano e i posti di lavoro spariscono. I ricercatori che lasciano le cattedre Evitable nasce nel 2025. Il fondatore è un professore associato al Mila di Montréal, uno dei centri di ricerca AI più importanti al mondo, che nel 2026 lascia temporaneamente l'università per dedicarsi completamente all'organizzazione. Il messaggio è che lo sviluppo dell'intelligenza artificiale non sia inevitabile né neutro, ma una scelta politica guidata dalle grandi aziende tecnologiche. È vero. È esattamente così. Ed è una cosa importantissima da dire ad alta voce, in un momento in cui il discorso dominante presenta l'AI come una forza naturale, inevitabile come la gravità, davanti alla quale non si può fare altro che adattarsi. Ma anche qui torna il paradosso. In passato il fondatore di Evitable ha ricevuto finanziamenti da organizzazioni collegate a Open Philanthropy e Coefficient Giving — realtà sostenute da imprenditori e miliardari della Silicon Valley. La critica al sistema viene pagata dal sistema. Non è necessariamente malafede. Ma è una contraddizione che nessuno di questi gruppi riesce davvero a risolvere, e che i loro critici non mancano mai di sottolineare. L'unica battaglia che funziona davvero C'è però un fronte che si sta rivelando concreto, radicato, difficile da ignorare. È quello contro i data center, e non viene dai salotti accademici né dai circuiti dell'effective altruism. Viene dai territori. La Coalition for Responsible Data Center Development coinvolge oggi 268 organizzazioni locali negli Stati Uniti e oltre 360mila persone. Non nasce come movimento anti-AI in senso stretto, ma è diventata parte integrante di questa galassia per una ragione molto semplice: i data center bevono acqua, consumano energia in quantità industriali, devastano il territorio e si costruiscono spesso in comunità che non hanno avuto voce in capitolo. Sono argomenti concreti. Misurabili. Difficili da smontare con il solito arsenal retorico delle Big Tech — il progresso, l'innovazione, il futuro. Quando dici a una comunità del Minnesota che il data center vicino a casa sua consuma tanta acqua quanta ne consuma una città di medie dimensioni, non stai facendo filosofia. Stai parlando di qualcosa che la gente tocca con mano ogni giorno. È forse la forma di resistenza più efficace proprio perché non si muove sul piano ideologico ma su quello pratico, amministrativo, quotidiano. Ed è significativo che sia anche quella meno finanziata, meno visibile, meno presente sui grandi media. Il sistema che digerisce i suoi critici Ecco il quadro finale, e non è un quadro confortante. I movimenti contro l'intelligenza artificiale esistono, crescono, fanno rumore. E il sistema li sta già digerendo. Li finanzia, li cooptatassegna loro spazi istituzionali, li trasforma in interlocutori ragionevoli con cui sedersi a un tavolo e non cambiare niente di sostanziale. È esattamente quello che ha fatto con il movimento ambientalista, con quello dei diritti digitali, con decine di altri movimenti di protesta negli ultimi trent'anni. Nel frattempo i modelli diventano più potenti ogni sei mesi. I posti di lavoro spariscono — Goldman Sachs stima oltre 16mila tagli netti mensili nel mercato del lavoro americano direttamente imputabili all'automazione AI. I data center continuano a costruirsi. E le grandi aziende tecnologiche continuano a macinare profitti da capogiro mentre licenziano migliaia di dipendenti. La pausa non arriverà. Non perché sia impossibile tecnicamente, ma perché nessuno con il potere reale di imporla ha interesse a farlo. E i movimenti contro l'intelligenza artificiale, per quanto sinceri nelle intenzioni, non hanno ancora trovato il modo di costruire quel potere. Finché resteranno frammentati, contraddittori e in parte dipendenti dagli stessi che vorrebbero fermare, resteranno quello che il sistema vuole che siano: una prova che il dissenso esiste, che viene ascoltato, che il dibattito è aperto. Il dibattito è aperto. Le decisioni sono già prese. ✍️ Anche la Pecora pensa 📌 Fonti Wired Italia — I movimenti contro l'intelligenza artificiale crescono Goldman Sachs — Analisi sull'impatto AI sul mercato del lavoro PauseAI — pauseai.info StopAI — stopai.org ControlAI — controlai.org Coalition for Responsible Data Center Development — crdcd.org

  • La solitudine di massa non è una sorpresa

    La solitudine di massa non è una scoperta. È una conferma. La solitudine di massa non è una scoperta. È una conferma. L'ennesima, con tanto di grafici, percentuali e dichiarazioni di organismi internazionali che arrivano sempre cinque anni dopo che il problema ha già mangiato vivo qualcuno. L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha deciso che la solitudine è una crisi di salute pubblica. Applausi. Bentornati. Noi, quelli che mangiano davanti a Netflix alle 22:30 con il telefono in mano mentre scrollano la vita degli altri, lo sapevamo già. Non avevamo bisogno di uno studio su 7.845 persone seguite per tredici anni in Inghilterra per capire che sedersi soli a tavola, ogni sera, lascia un segno. Lo sappiamo. Lo sappiamo benissimo. La cosa interessante — e quando dico interessante intendo oscena — è che lo sappiamo, e continuiamo. Uno studio pubblicato su JAMA Network Open dice che non è nemmeno l'isolamento oggettivo a fare più danni. Non è il numero di persone che hai intorno. È la distanza tra le relazioni che hai e quelle che senti di avere. Puoi avere una famiglia, colleghi, vicini di casa, duecento amici su Facebook — e sentirti completamente solo. Anzi: a volte quegli amici su Facebook peggiorano le cose. Vedi le loro foto alle cene, ai matrimoni, alle vacanze, e ti chiedi perché tu stia guardando tutto questo da dietro uno schermo invece di esserci. La risposta non arriva. Arriva solo un'altra notifica. Il mercato della solitudine di massa funziona benissimo Nel frattempo qualcuno ha capito che la solitudine di massa è un'opportunità commerciale straordinaria. I supermercati vendono porzioni singole di tutto. Le piattaforme di streaming producono serie pensate per essere divorate da soli, di notte, sotto le coperte. Le app di dating promettono connessione e consegnano altro scroll. I produttori di robot da compagnia in Giappone fatturano cifre che farebbero girare la testa. Non stiamo cercando di risolvere il problema. Stiamo costruendo un'industria intorno ad esso. L'Istat dice che in Italia le famiglie unipersonali sono ormai la forma più diffusa. Nel 2024-2025 siamo arrivati a 26,6 milioni di nuclei familiari, e la quota di chi vive da solo cresce ogni anno. Attenzione: vivere soli non è automaticamente un dramma. Può essere una scelta consapevole e serena. Il dramma arriva quando intorno a quella persona sola le reti si sfilacciano, gli spazi pubblici si svuotano, i tempi di lavoro si allungano e le occasioni di incontro autentico spariscono una dopo l'altra. Allora quella solitudine scelta diventa solitudine subita, e il confine tra le due è molto più sottile di quanto ci piace pensare. 871.000 morti l'anno. Cento ogni ora. L'OMS stima che la solitudine di massa sia collegata a oltre 871.000 morti l'anno. Cento ogni ora. È un numero che dovrebbe bloccare qualsiasi conversazione, invece finisce in fondo ai comunicati stampa tra le altre statistiche globali che leggiamo distrattamente mentre aspettiamo che carichi il prossimo video. Una persona su sei nel mondo vive in condizione di solitudine. In Europa, il 13% degli intervistati ha dichiarato di essersi sentito solo per la maggior parte del tempo nelle quattro settimane precedenti alla rilevazione. Il 35% almeno qualche volta. Sono numeri enormi. Sono i tuoi vicini di pianerottolo. Sono il tizio seduto davanti a te in metropolitana. Siete, probabilmente, anche voi in certi momenti. Il Joint Research Centre della Commissione Europea ha pubblicato dati che mostrano come l'uso passivo dei social — quello fatto di scroll infinito senza interazione reale — sia associato a livelli più alti di solitudine tra i giovani europei. Non è una sorpresa nemmeno questa. Aprire Instagram alle undici di sera e guardare le storie degli altri non è socialità. È voyeurismo malinconico con pubblicità. Lo Stato scopre il problema trent'anni dopo averlo costruito Il Regno Unito ha istituito un Ministro per la Solitudine. Sul serio. Dal 2018. Adesso la delega è affidata al Ministro dello Sport, del Turismo, della Società Civile e della Gioventù. È un segnale politico importante, dicono i comunicati. Vero. È anche una risposta istituzionale a una condizione che le politiche degli ultimi trent'anni hanno contribuito a creare: privatizzazione degli spazi pubblici, taglio ai servizi sociali, precarizzazione del lavoro, urbanizzazione senza progettazione comunitaria, digitale come sostituto invece che come strumento. Non sto dicendo che i governi abbiano pianificato la solitudine di massa come progetto. Sto dicendo che quando smonti pezzo per pezzo tutto ciò che teneva insieme le persone — i centri civici, le piazze funzionanti, il tempo libero, i contratti stabili, i quartieri con un'identità — non puoi stupirti se le persone restano sole. In Italia quasi 3 persone su 10 partecipano ad associazioni, gruppi culturali, civici, religiosi o sportivi. In crescita rispetto agli anni precedenti, dice l'Istat. Ma non abbastanza da ricostruire una trama relazionale solida. Le reti ci sono, ma sono più fragili, più intermittenti, meno capaci di reggere il peso della vita reale. La prescrizione sociale e altre buone idee che arriveranno tardi L'OMS parla di rafforzare quella che chiama infrastruttura sociale: parchi, biblioteche, centri civici, trasporto pubblico, spazi di quartiere, attività culturali, sport di comunità, gruppi di cammino, reti di prossimità. Parla anche di prescrizione sociale — un approccio che affianca agli strumenti sanitari il rinvio verso attività collettive e relazioni di supporto. L'idea è che la salute si costruisce anche fuori dagli ospedali, dentro la qualità dei legami. È giusto. È sensato. Arriverà tardi, sarà sottofinanziato, sarà accompagnato da una campagna di comunicazione con un hashtag e tre eventi inaugurali, e poi si vedrà. Il problema non è la tecnologia. Il problema siamo noi con la tecnologia. Sarebbe comodo dare tutta la colpa ai social network. Comodo e sbagliato, almeno in parte. I social hanno tenuto insieme persone lontane, hanno creato comunità tematiche, hanno dato voce a chi non ne aveva. Il problema non è lo strumento. Il problema è come lo usiamo, e soprattutto perché lo usiamo così. Usiamo i social come anestetico. Quando la sera è vuota, quando l'appartamento è silenzioso, quando l'agenda non ha niente, apriamo il telefono perché fa meno paura del silenzio. Non stiamo cercando connessione. Stiamo cercando distrazione da una connessione che non c'è. E la distrazione funziona, per qualche minuto, poi lo scroll riprende e la sera è ancora lì, identica a prima, forse un po' più pesante. La solitudine di massa nel 2026 ha questa forma: non è l'eremita sul monte, non è il vecchio abbandonato dalla famiglia. È l'appartamento con la luce accesa e lo schermo luminoso. È la persona che ha trecentocinquanta contatti e non sa a chi telefonare quando sta male. È la normalizzazione progressiva di una condizione che vent'anni fa avremmo chiamato con il suo nome e che oggi chiamiamo stile di vita. Quello che non torna Quello che non torna, in tutta questa storia, è la distanza tra la consapevolezza e il comportamento. Sappiamo. Gli studi ci sono. I dati ci sono. Le dichiarazioni dell'OMS ci sono. Sappiamo che stare soli fa male, che l'isolamento percepito aumenta il rischio cardiovascolare, che la mancanza di connessioni sociali ha un impatto sulla mortalità paragonabile ad altri grandi fattori di rischio. Sappiamo tutto questo. E continuiamo a costruire città senza piazze vere, politiche senza tempo per le relazioni, lavori senza spazio per la comunità, vite ottimizzate per la produttività e desertificate per tutto il resto. La solitudine di massa non è una malattia misteriosa che ci ha colpiti dall'esterno. È il risultato prevedibile di scelte precise, individuali e collettive, fatte nel corso di decenni. La buona notizia — se vogliamo chiamarla così — è che le scelte si possono cambiare. La cattiva notizia è che di solito lo facciamo solo quando il costo di non farlo diventa impossibile da ignorare. Cento morti l'ora non sono ancora abbastanza, a quanto pare. ✍️ Anche la Pecora pensa 📌 Fonti JAMA Network Open — Loneliness, Social Isolation, and Cardiovascular Disease and Mortality OMS — Commission on Social Connection, 2023 Istat — Rapporto annuale 2024, struttura e dinamica sociale Joint Research Centre, Commissione Europea — EU Loneliness Survey Joint Research Centre — Social media use and loneliness among young Europeans GOV.UK — Minister for Loneliness, Stephanie Peacock

  • IKEA a Palermo non apre: il traffico, le famiglie e quell'aria che tira

    Quattordici anni di trattative, terreni sotto indagine e varianti urbanistiche sparite nel nulla. Gli svedesi sono scappati a gambe levate. A Catania invece hanno aperto. Chissà come. Gli svedesi, si sa, sono gente strana. Vivono in posti dove d'inverno fa buio alle tre del pomeriggio, mangiano aringhe affumicate a colazione e hanno inventato un sistema di mobili che riesci ad assemblare da solo solo se hai una laurea in ingegneria e tre giorni liberi. Gente tosta, insomma. Abituata a tutto. Eppure a Palermo non ci arrivano. Ora, io non volevo nemmeno scrivere questo articolo. Giuro. Per giorni ho visto girare il logo IKEA sul mio feed di Facebook — e no, non erano inserzioni pubblicitarie, ho controllato — e ho lasciato perdere. Scorri, scorri, avanti. Poi il feed ha continuato a ripropormelo, come quando qualcuno ti tocca la spalla e tu fai finta di niente e lui ti tocca ancora. Alla fine mi sono fermato, ho letto, mi sono documentato, ho sentito più di una campana. Ed è uscita questa roba qui. IKEA a Palermo ci prova dal 2012. Quattordici anni. Per capire l'enormità di questa cifra: nel 2012 Obama faceva il secondo mandato, i Maneskin erano ancora alle medie e Cristiano Ronaldo giocava nel Real Madrid. Nel frattempo IKEA ha aperto negozi in Croazia, Serbia, India, Filippine. A Catania ha aperto. A Catania, sì — chissà come. Ma a Palermo no. A Palermo c'è sempre qualcosa che non va. Nel 2012 si parlava di Villabate e Ficarazzi. Poi Ciaculli. Poi Partanna Mondello. Poi Brancaccio, dove avevano trovato il terreno — trentaseimila metri quadrati, già pronti — e avevano chiesto al Comune la variante al piano regolatore. Nulla di fatto. Gli svedesi ad un certo punto hanno salutato e sono andati via. Non lentamente, non con rimpianto. A gambe levate, come ha ammesso pubblicamente l'assessore regionale alle Attività produttive, aggiungendo che IKEA «non ne voleva sapere più nulla della Sicilia». Della Sicilia intera, ha detto. Poi però a Catania sono rimasti. Chissà come. Ora, io sono un uomo semplice. Non capisco di urbanistica, di piani regolatori, di varianti. Però capisco il traffico. E il traffico a Palermo, tutti lo sanno, è un problema serio. Serissimo. Uno dei problemi più gravi della città, forse il più grave. E allora forse il problema di IKEA a Palermo è proprio quello: il traffico. Troppo traffico. Le strade strette. I sensi unici. La difficoltà di far girare i camion con i mobili piatti da scaricare. Il fatto che le aree individuate per aprire il negozio — Roccella, Ciaculli, Brancaccio — fossero tutte contemporaneamente oggetto di indagini da parte degli inquirenti per presunte infiltrazioni in ambito edilizio e commerciale, be', quella è un'altra storia. Una coincidenza, probabilmente. Le periferie di Palermo sono grandi, i terreni disponibili per grandi superfici commerciali non sono molti, e capita che in quelle zone ci siano anche delle indagini in corso. Succede. Non è colpa di nessuno. Il fatto che la variante al piano regolatore necessaria per trasformare quei terreni in area commerciale fosse essa stessa finita sotto la lente della Guardia di Finanza è un dettaglio burocratico, sostanzialmente. Roba tecnica. IKEA è una multinazionale svedese quotata, con codici etici lunghi come l'Iliade, audit interni, compliance officer, revisori contabili che guardano ogni centesimo. Gente che se gli chiedi di mettere una firma su qualcosa che non è scritto in nessun contratto ufficiale ti guarda con quegli occhi chiari nordici e non capisce. Non perché siano stupidi. Perché vengono da un posto dove certe conversazioni non esistono. Dove il rispetto si dà ma non si compra. Dove le famiglie sono importanti ma nel senso di mamma, papà e due figli che montano insieme la libreria BILLY il sabato pomeriggio. E allora ecco il problema. Non è il traffico. Non è la burocrazia generica. Non è nemmeno la variante al piano regolatore di Brancaccio in sé. È che certe aree di Palermo hanno una storia molto precisa, delle frequentazioni molto specifiche, e una multinazionale che deve rispondere agli azionisti di Stoccolma non può permettersi di finire dentro certe storie. Non per cattiveria verso Palermo. Per pura matematica finanziaria. Nel frattempo la Prefettura ha siglato un protocollo d'intesa con il Comune proprio per contrastare il rischio di infiltrazioni nel settore urbanistico, «soprattutto in aree periferiche idonee a grandi investimenti». Le hanno elencate pure, le aree: Brancaccio, e le circoscrizioni III, VI e VII. Esattamente quelle dove si cercava di far aprire IKEA. Una coincidenza, anche questa. Quante coincidenze, a Palermo. IKEA a Palermo aprirà il giorno in cui non servirà più fare certi ossequi per aprire un negozio. Il giorno in cui una variante al piano regolatore si ottiene perché è giusta, non perché conosci la persona giusta. Il giorno in cui i terreni disponibili per i grandi investimenti non sono contemporaneamente sotto indagine per altre faccende. Il giorno in cui il traffico — quello vero, quello di cui parlava Benigni nel film — sarà finalmente solo un problema di semafori e rotatorie. Quel giorno, gli svedesi torneranno. Con i loro flat-pack, le loro istruzioni incomprensibili e le loro polpette. E Palermo se lo meriterà. In fondo, a Catania ce l'hanno fatta. Chissà come. ✍️ Anche la Pecora pensa 📌 Fonti Balarm.it — Ma quale Ikea e Ikea: a Palermo per il momento non apre e i motivi sono tristi Balarm.it — Ikea ci riprova con Palermo, che sia la volta buona: si valutano due zone vicine alla città Il Sicilia — Ikea a Palermo, congelato il progetto: "Via per colpa della mafia" Siciliafan — Ikea a Palermo, tutto bloccato per colpa della mafia TP24 — Puzza di mafia. Ikea non aprirà un nuovo store a Palermo IKEA Italia — Negozio IKEA Catania: orari e informazioni

  • Trump Iran accordo nucleare: tre mesi di guerra, ultimatum e Situation Room per non decidere niente

    Il negoziatore più potente del mondo non riesce a chiudere il deal più importante della sua presidenza C'è un uomo che da tre mesi minaccia, bombarda, lancia ultimatum, pubblica mappe con la bandiera americana sopra l'Iran, convoca la Situation Room con aria da film d'azione — e poi esce da lì dopo due ore senza aver deciso niente. Quell'uomo si chiama Donald Trump, ed è il presidente più potente del mondo. O almeno, così dicono. Facciamo un piccolo riassunto per chi si è perso le puntate precedenti, perché questa storia è meglio di qualsiasi serie Netflix e soprattutto è gratuita, se non conti il costo emotivo di seguire la politica internazionale nel 2026. A febbraio Trump dà all'Iran dieci giorni per firmare un accordo sul nucleare. «O trattate, o succedono cose brutte», dice, con la stessa sfumatura linguistica di un capobanda di quartiere. L'Iran non firma. Non succede niente di particolarmente brutto, almeno non subito. A marzo arriva un nuovo ultimatum. Poi un altro. A maggio, Trump dichiara di essere stato «a un'ora dal prendere la decisione di intervenire». Un'ora. Come uno che ha il dito sul grilletto e poi si distrae per guardare il telegiornale. Sul Trump Iran accordo nucleare si scrive da mesi, si specula da settimane, si negozia da giorni. Ieri, 29 maggio 2026, sembrava il giorno della svolta. Il tycoon entra nella Situation Room — quella stanza seria, con gli schermi, i generali, le cravatte — annunciando su Truth di essere pronto a prendere «una decisione definitiva». Dopo due ore di riunione, la decisione non viene presa. Restano ancora alcuni temi da discutere, incluso lo sblocco dei fondi iraniani congelati. Fumata nera. Trattative in corso. Arrivederci e grazie. I mercati finanziari, nel frattempo, scommettono sul via libera all'intesa: le borse avanzano e il petrolio scende intorno ai novanta dollari. La finanza mondiale sta già festeggiando una pace che ancora non esiste. È come brindare al matrimonio prima che gli sposi si siano guardati negli occhi. È dadaismo puro. È il 2026 e funziona così. Il problema vero, quello che nessun retroscena riesce davvero a spiegare, è che il Trump Iran accordo nucleare non è una trattativa tra due parti con obiettivi chiari. È uno scontro tra una potenza che vuole vincere senza pagare il prezzo della vittoria e un regime che vuole sopravvivere senza rinunciare a quello che lo tiene in piedi. Gli Usa non sono riusciti né a soffocare la corsa nucleare iraniana né a smantellare la struttura balistica della Repubblica Islamica — che erano esattamente i due obiettivi strategici dichiarati e irrinunciabili. Tre mesi di guerra, miliardi spesi, tensioni globali alle stelle. Risultato: siamo punto e a capo, con qualche sito bombardato in più e qualche minaccia in più su Truth. Le condizioni poste dagli americani includono: nessun risarcimento all'Iran per i danni di guerra, nessuno sblocco dei beni iraniani congelati, il trasferimento negli Usa di quattrocento chili di uranio arricchito, e la possibilità per Teheran di mantenere operativa una sola struttura nucleare. Tradotto in italiano semplice: volete la pace? Benissimo. Dateci tutto, tenete poco, non vi risarciamo niente, e ringraziateci pure. Una trattativa con la stessa generosità di chi offre un passaggio in macchina e poi chiede il pedaggio retroattivo. Nel frattempo, Trump pubblica su Truth una mappa del Medio Oriente con l'Iran contrassegnato dai colori della bandiera americana, con la scritta: «Gli Stati Uniti del Medio Oriente?». Un gesto diplomatico di rara finezza. Immaginate di essere seduti a un tavolo negoziale teso, tre mesi di guerra alle spalle, morti da una parte e dall'altra, e l'altra parte tira fuori il telefono mostrandovi come apparirebbe casa vostra dipinta coi colori di casa loro. Con un punto interrogativo, per carità — che ci tiene al fair play, Trump. Quel punto interrogativo è il tocco di classe. Il tycoon aveva già dichiarato che l'Iran aveva «due o tre giorni. Forse venerdì, sabato, domenica. Magari all'inizio della prossima settimana. Un lasso di tempo limitato». Un ultimatum così elastico che potrebbe coprire le prossime elezioni di midterm. La parola ultimatum, tecnicamente, significa ultima cosa — dopo non c'è altro. Con Trump invece dopo l'ultimatum arriva il penultimatum, poi l'antepenultimatum, poi una settimana di riflessione, poi Truth. I negoziatori americani e iraniani avrebbero in realtà già raggiunto un accordo su un memorandum d'intesa di sessanta giorni per estendere il cessate il fuoco, con navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz senza restrizioni e rimozione di tutte le mine entro trenta giorni. Un accordo già scritto. Carta pronta. Penna sul tavolo. Mancherebbe solo il sì di Trump, che avrebbe chiesto «un paio di giorni per rifletterci». I suoi stessi negoziatori hanno fatto il lavoro. Lui ci dorme sopra. Nel senso letterale, probabilmente. Su Truth, prima di entrare nella Situation Room, Trump elenca le sue condizioni: l'Iran non avrà mai più un'arma nucleare, lo Stretto di Hormuz deve essere aperto immediatamente senza pedaggi, le mine navali devono sparire. E aggiunge che l'uranio arricchito iraniano sarà dissotterrato dagli Usa — «unico Paese insieme alla Cina con la capacità meccanica di farlo» — e poi distrutto. Gli Usa e la Cina, grandi rivali strategici, improvvisamente uniti nello stesso buco di scavo. Un'immagine che vale più di mille analisi geopolitiche. Il segretario di Stato Marco Rubio, da Nuova Delhi, aveva dichiarato che sono stati compiuti «progressi significativi» e che un annuncio sarebbe arrivato nelle prossime ore. Quelle ore sono passate. L'annuncio non è arrivato. Ma Rubio è già a Washington, il Pakistan ha mandato il suo capo negoziatore, il Qatar ha affiancato Islamabad nelle ultime ore di pressing. Il memorandum manca ancora delle firme di Trump e della guida suprema iraniana, e prevede una proroga di sessanta giorni della tregua durante i quali dovranno essere avviati negoziati sul programma nucleare. Sessanta giorni per discutere di quello che non si è riusciti a risolvere in tre mesi di guerra. Ottimismo della volontà, diciamo. Sul Trump Iran accordo nucleare si gioca una partita che va ben oltre i due protagonisti. Ci sono le monarchie del Golfo che tremano all'idea di una regione in fiamme, c'è Israele che osserva, c'è la Cina che aspetta, ci sono i mercati petroliferi che sobbalzano a ogni dichiarazione. E nel mezzo c'è lui, Donald Trump, che entra nella stanza più importante del pianeta, ci rimane due ore, e ne esce con le mani in tasca. La storia, alla fine, è questa. Il negoziatore più famoso del mondo — quello che ha scritto "The Art of the Deal", quello che si vanta di saper chiudere qualsiasi trattativa — non riesce a chiudere la trattativa più importante della sua presidenza. Non perché l'accordo non esista. Esiste, è scritto, i suoi uomini lo hanno firmato in bozza. Non riesce a chiuderla perché chiuderla significa scegliere. E scegliere significa assumersi la responsabilità di quello che viene dopo. E quello che viene dopo, in Medio Oriente, nessuno lo sa davvero. Nemmeno lui. ✍️ Anche la Pecora pensa 📌 Fonti Quotidiano.net — Teheran ha "il dito sul grilletto". Ennesimo ultimatum di Trump: "Intesa a breve o attacco l'Iran" Quotidiano.net — Trump, (in)decisione finale: fumata nera dopo la Situation Room. E l'Iran frena: Hormuz è nostro Vatican News — L'ultimatum di Trump all'Iran: accettino l'accordo o non resterà nulla L'Unità — Iran-Usa, accordo per un cessate il fuoco di 60 giorni con Hormuz libero e stop al nucleare di Teheran: manca il sì di Trump Quifinanza — Accordo Usa-Iran su Hormuz, le varie posizioni da Trump a Teheran e l'Ue: cosa sappiamo Euronews — Trump: accordo per porre fine alla guerra con l'Iran è "in gran parte negoziato" Il Sole 24 Ore — Trump annuncia: «Accordo pronto. Hormuz riaprirà». Teheran smentisce: «Nessuna intesa sul nucleare» Open Online — Trump per due ore nella Situation Room, resta lo stallo sull'Iran ANSA — Trump riunisce la Situation Room ma non decide sull'Iran ANSA — Hegseth avverte: "Gli Usa capaci di riprendere la guerra, l'Iran non avrà armi nucleari"

  • USAUTOCRACY EP.1: La Democrazia americana non è mai esistita e tu lo sai

    La democrazia più famosa del mondo non conta i voti uguali per tutti. E lo sa benissimo. Aspetta. Prima di chiudere la pagina, prima di dirmi che esagero, prima di commentare "ma anche noi in Italia" — che è il modo italiano di evitare qualsiasi ragionamento scomodo — dammi tre minuti. Solo tre. Poi fai quello che vuoi. Ho una domanda per te: quante volte nella vita ti hanno detto che gli Stati Uniti 🇺🇸 sono la più grande #democrazia del mondo? Quante volte hai sentito quella frase nei film, nei telegiornali, nei discorsi presidenziali con la mano sul cuore e la bandiera cucita sul bavero? Quante volte l'hai data per scontata come l'acqua calda dal rubinetto? Ecco. Oggi parliamo del rubinetto. Il sistema è stato costruito per non funzionare. Da chi ce l'aveva a perdere. Filadelfia, estate del 1787. Fa un caldo insopportabile. In una sala chiusa a chiave — le finestre erano sbarrate per mantenere il segreto — cinquantacinque uomini bianchi siedono per settimane a disegnare il futuro degli Stati Uniti d'America. Chi erano? Proprietari terrieri, avvocati, mercanti. Molti di loro possedevano schiavi. George Washington ne possedeva oltre 300. Thomas Jefferson, quello che aveva scritto "tutti gli uomini sono creati uguali", ne aveva più di 600. James Madison — il padre intellettuale della Costituzione, quello che sarebbe diventato il quarto presidente — proveniva da una famiglia di piantagionisti della Virginia. Suo padre era proprietario di una piantagione di tabacco. Gente che aveva tutto l'interesse a proteggere quello che aveva — le terre, i soldi, i corpi altrui — dalla possibilità che le masse, un giorno, decidessero di toglierglieli con il voto. Questi signori avevano una paura fisica, viscerale, quasi igienica della democrazia diretta. Non è una mia interpretazione — lo scrissero, lo dissero, lo misero a verbale senza troppa vergogna. Madison era convinto che la nuova repubblica necessitasse di controlli ed equilibri per tutelare i diritti individuali dalla "tirannia della maggioranza". La tirannia della maggioranza. Hai capito bene. I poveri che votano e decidono come spendere i soldi dei ricchi. Questo li terrorizzava. E quindi costruirono un sistema con più livelli di protezione tra il popolo e il potere. Filtri. Reti di sicurezza. Ammortizzatori. Il tutto confezionato con un linguaggio alto, nobile, quasi poetico — libertà, rappresentanza, diritti inalienabili — che nei due secoli successivi avrebbe convinto mezzo mondo. La parola "democrazia" non compare nemmeno una volta nel testo originale della Costituzione americana. Cercala. Non la trovi. Loro la chiamavano "repubblica" e distinguevano in modo netto e sprezzante tra le due cose. Una repubblica aveva dei filtri. Una democrazia no. E i filtri servivano esattamente a quello che dice la parola: filtrare. Trattenere. Controllare. Il Collegio Elettorale, ovvero: il tuo voto non conta quanto pensi. Il filtro più famoso — e più grottesco — è l'#ElectoralCollege, il Collegio Elettorale. Funziona così: vai a votare, metti la croce sul nome del presidente che vuoi, e in realtà non stai scegliendo niente direttamente. Stai scegliendo un grande elettore — una persona fisica, spesso sconosciuta — che poi andrà lui, separatamente, a votare per il presidente al posto tuo. Un intermediario tra te e il potere. Quarantotto stati adottano il sistema "winner-takes-all": vince un partito con un voto in più e si porta via tutti i grandi elettori dello stato, anche se l'altro partito ha preso il 49,9% dei voti. Quei voti spariscono. Evaporano. Come se non fossero mai esistiti. Ma la cosa davvero bella — quella che mi fa venire un sorriso storto ogni volta che ci penso — è la distribuzione dei voti tra stati. Un voto elettorale nel Wyoming rappresenta circa 194.000 persone. In California, Texas o Florida ne rappresenta oltre 700.000. Stesso paese, stesso giorno, stessa elezione. Il voto di un cittadino del Wyoming vale quattro volte quello di un californiano. Non perché è più intelligente, non perché paga più tasse, non perché è un essere umano superiore. Solo perché abita in uno stato piccolo che i fondatori volevano tenere dentro l'Unione a tutti i costi, e quindi gli avevano garantito un peso sproporzionato nel sistema. "Un uomo, un voto." Il principio base di qualsiasi democrazia che si rispetti. Gli americani ce lo ripetono sempre. E poi hanno costruito un sistema dove un uomo vale quattro voti, se abita nel posto giusto. E poi ci sono i risultati concreti. Nell'ultimo quarto di secolo, per ben due volte è stato eletto presidente il candidato che aveva perso il voto popolare: nel 2000 George W. Bush contro Al Gore 🇺🇸, e nel 2016 Donald Trump contro Hillary Clinton, che aveva quasi tre milioni di voti in più. Tre milioni. La popolazione di Roma. Inghiottiti dal meccanismo, spariti, ignorati. E gli americani — la maggior parte — hanno detto: è la Costituzione, è sacra, non si tocca. Come se la Costituzione fosse scesa da una montagna su due tavole di pietra invece di essere stata scritta da una cinquantina di proprietari terrieri in una stanza con le finestre chiuse. Trump nel 2012 — anni prima di diventare presidente grazie a questo stesso sistema — aveva scritto su Twitter che l'Electoral College era "un disastro per la democrazia". Poi nel 2016 lo ha vinto, e ha smesso di lamentarsi. Anche questo dice qualcosa. Il gerrymandering, ovvero: non sei tu a scegliere il tuo rappresentante. Poi c'è il #gerrymandering. Questa è la mia cosa preferita. Quella che spiega tutto meglio di qualsiasi discorso teorico sulla democrazia. Il gerrymandering è la pratica di disegnare i confini dei collegi elettorali in modo che il partito che controlla il parlamento statale possa vincere le elezioni indipendentemente da come vota la gente reale. Quando le mappe sono costruite così, non sono i votanti a scegliere i politici — sono i politici a scegliersi i propri votanti. Il risultato è distorto, non rappresentativo, con esiti praticamente garantiti in anticipo anche quando le preferenze degli elettori cambiano di parecchio. Il caso più clamoroso è la Carolina del Nord 🇺🇸. Dopo il censimento del 2010, i repubblicani ridisegnano i distretti per massimizzare i seggi. Nel 2012 ottengono 9 seggi su 13 alla Camera con solo il 49% dei voti in tutto lo stato. Uno dei distretti, il 12°, era talmente contorto da sembrare una serpe nera distesa lungo l'autostrada I-85. La Corte Suprema lo ha dichiarato incostituzionale nel 2017 perché tracciato su base razziale. Hai letto bene: incostituzionale. Lo dichiarano nel 2017. Sette anni dopo la mappa. Nel frattempo ci sono state tre tornate elettorali con quel distretto a forma di serpe. Tre. E chi aveva vinto grazie a quella mappa era già lì, comodamente seduto, a fare leggi e a disegnare la mappa successiva. La Carolina del Nord è uno degli stati elettoralmente più divisi e competitivi degli Stati Uniti — un elettorato sostanzialmente in equilibrio tra i due partiti. Eppure, con le mappe giuste, trasformi un pareggio in una vittoria schiacciante. Non vincendo gli elettori. Ri-disegnando il recinto in cui li metti. In Texas hanno costruito una mappa dove i Repubblicani potrebbero vincere l'80% dei seggi in un ciclo favorevole — in uno stato dove Ted Cruz alle ultime elezioni ha preso il 53% dei voti. Il 53% dei voti, l'80% dei seggi. Qualcuno mi spieghi come si chiama questa cosa, perché democrazia mi sembra la parola sbagliata. E la Corte Suprema — quella stessa Corte che dovrebbe essere il guardiano della Costituzione — nel 2019 ha stabilito che il gerrymandering partigiano è una questione politica e non può essere esaminata dai tribunali federali. Tradotto: arrangiatevi. Il sistema che permette ai politici di scegliersi i propri elettori non è un problema che i giudici possono risolvere. È una caratteristica, non un difetto. La soppressione del voto, ovvero: votare è un privilegio. E poi c'è il capitolo più sporco. Quello che gli americani chiamano #voterSuppression con quella disinvoltura linguistica che solo loro hanno — come se nominare il problema ad alta voce fosse già abbastanza per espiarlo. Solo nel 2024, legislatori in 40 stati hanno presentato 291 disegni di legge per restringere l'accesso al voto — leggi che impongono requisiti più severi per i documenti d'identità, rendono più difficile la registrazione elettorale, aggiungono ostacoli burocratici su burocratici. Non stiamo parlando di misure anti-frode, come vengono spacciati. La frode elettorale negli Stati Uniti è documentata come fenomeno marginale, statisticamente quasi inesistente. Stiamo parlando di leggi costruite su misura per rendere il voto più difficile per categorie specifiche di persone — poveri, anziani, afroamericani, latinos, studenti. In Alabama 🇺🇸, prima delle elezioni del 2024, il Dipartimento di Giustizia ha fatto causa allo stato per aver cancellato dalle liste elettorali oltre 3.000 persone — tra cui cittadini americani nati sul suolo americano — a cui erano stati assegnati per errore numeri identificativi da non-cittadini. Pensa: sei americano, sei nato negli Stati Uniti, paghi le tasse, e il giorno prima delle elezioni scopri che sei stato cancellato dalle liste perché qualcuno ha sbagliato un numero in un database. E devi dimostrare che esisti. Che sei americano. Che hai il diritto di votare nel paese in cui sei nato. Chiusura strategica di seggi nelle zone a maggioranza nera o latina, spesso l'unico seggio a decine di chilometri. Code di ore nelle aree povere, mentre nei quartieri ricchi si vota in venti minuti. Leggi che richiedono documenti d'identità specifici — una patente, un passaporto — che certi gruppi demografici storicamente faticano a ottenere. Non è un complotto. È documentato, è litigato nei tribunali federali, è scritto nelle sentenze. Trump non c'entra. O meglio: c'entra troppo poco. Eccoci al punto che voglio che ti rimanga. Quello per cui vale la pena aver letto fin qui. Tutto quello che ti ho descritto — Electoral College, gerrymandering, soppressione del voto — non ha niente a che fare con Donald Trump 🇺🇸. Non è iniziato con Trump, non finirà con Trump, non è una deviazione dall'ideale americano. È l'ideale americano, nella sua versione autentica e non edulcorata. Trump è un sintomo. Rumoroso, volgare, impossibile da ignorare — ma pur sempre un sintomo. La malattia è strutturale, è vecchia di due secoli, è cucita dentro il sistema fin dal primo giorno in quella stanza con le finestre chiuse a Filadelfia. Prima di Trump c'era Bush che vinceva senza il voto popolare. Prima di Bush c'era Nixon con il Watergate. Prima di Nixon c'erano le leggi Jim Crow — segregazione razziale istituzionalizzata, protetta per legge, decenni dopo che la Costituzione aveva formalmente abolito la schiavitù. Prima ancora c'erano gli schiavi che non votavano affatto, e le donne che non votavano affatto, e i poveri senza proprietà che non votavano affatto. Il filo è sempre lo stesso — chi ha il potere costruisce il sistema per tenerlo, e poi ci mette sopra la parola "democrazia" come si mette un centrino ricamato su un tavolo sgangherato. Il mito americano è il prodotto di #marketing politico più riuscito della storia moderna. Più efficace della Coca-Cola 🥤, più pervasivo di Hollywood 🎬, più resistente di qualsiasi ideologia del Novecento. Ha convinto mezzo mondo — e moltissimi americani stessi — che libertà e democrazia avessero un solo indirizzo postale. Ha funzionato così bene che ancora oggi c'è gente che guarda al sistema americano come a un modello da imitare. Questa serie — #USAutocracy — nasce per fare una cosa sola: guardare dietro al centrino. Un episodio alla volta, un pilastro alla volta. La giustizia, la stampa, il sogno americano, la libertà, le carceri, le armi, le lobby. Ogni volta troveremo la stessa struttura: una narrazione potente costruita sopra una realtà molto meno presentabile. La #Pecora ha cominciato. E quando la Pecora comincia, non si ferma più. ✍️ Anche la Pecora pensa 📌 Fonti USAFacts — Electoral College representation by state Brennan Center for Justice — Gerrymandering Explained Facing South — Southern states push new voting restrictions ahead of 2024 elections ABC News — How voter roll purges could impact 2024 election La Voce di New York — La mappa del potere: il gerrymandering che decide chi vince prima del voto Linkiesta — Come funziona l'Electoral College

  • De Gregori infuoca il Web

    Ha detto che gli artisti non dovrebbero schierarsi in politica. Cinquant'anni di canzoni lo smentiscono. E la destra lo ha già adottato. De Gregori infuoca il web, e questa volta non con una canzone. Martedì 26 maggio, durante la presentazione del suo docufilm Nevergreen al Teatro Out Off di Milano, Francesco De Gregori — il Principe, come lo chiamano i fan più devoti — ha lanciato una dichiarazione che ha fatto sobbalzare mezzo mondo della musica italiana. L'obiettivo era Bruce Springsteen e le sue prese di posizione pubbliche contro Trump. La sentenza è arrivata così, senza troppi giri di parole: "Provo sempre un certo imbarazzo quando un uomo di spettacolo vuole schierarsi in maniera così netta e apodittica su questioni internazionali, di guerra. Non do lezioni, il mio pensiero non è totalitario. Che titoli ha per farlo?" Ha aggiunto di preferire la strada della sensibilizzazione attraverso le canzoni, non attraverso i proclami dal palco. Enzo Iacchetti lo ha attaccato sui social definendo la cosa una "grande cazzata" e chiudendo con un lapidario "che delusione che sei." Eros Ramazzotti si è dissociato. Il Fatto Quotidiano gli ha dedicato un pezzo al vetriolo. Il web ha fatto il resto. Ma il punto vero non è la polemica. Il punto è chi l'ha sollevata. Francesco De Gregori è lo stesso che ha scritto Viva l'Italia, presa a tradimento, l'Italia assassinata dai giornali e dal cemento. Lo stesso di Generale, inno pacifista degli anni Settanta talmente potente che il Partito Socialista lo adottò come colonna sonora — contro la sua volontà, per inciso, ma questo la dice lunga su quanto fosse "neutro" il messaggio. Lo stesso di Pablo, storia di un compagno ucciso dalla violenza politica. Lo stesso di San Lorenzo, sulle bombe del 1943 e sul silenzio del Vaticano. Lo stesso che ha dedicato un brano a Pasolini, che ha cantato lo scandalo Lockheed, l'assassinio del giornalista Mauro De Mauro, la strage di Ustica. Lo stesso che la RAI ostacolava perché troppo vicino al PCI. Lo stesso che ha costruito un'intera carriera su impegno civile, antifascismo, critica sociale, denuncia politica. Per cinquant'anni. E adesso dice che gli artisti non dovrebbero schierarsi. C'è una risposta possibile a questa contraddizione, ed è quella che lui stesso ha dato: la differenza starebbe nel mezzo. Lui sensibilizzava attraverso la poesia, non con i proclami espliciti. Una distinzione sottile, che però regge fino a un certo punto — perché quando scrivi "l'Italia assassinata dai giornali e dal cemento" il messaggio è lì, cristallino, e non ha bisogno di nessuna conferenza stampa per essere capito. C'è poi un'altra storia, quella che chi ha frequentato i suoi concerti negli anni conosce bene: De Gregori che cambiava le melodie dei suoi pezzi per evitare che il pubblico cantasse insieme a lui. Un artista che vuole emozionare — ma preferibilmente da solo, grazie. E adesso ha direttamente eliminato i classici dalla scaletta: niente Rimmel, niente La donna cannone, niente Generale. "Il pubblico è avvertito e non potrà chiedere il rimborso", ha detto, con quell'ironia distaccata che ai fan risulta affascinante e a molti altri suona semplicemente aristocratica. Fin qui, la vicenda personale. Ma c'è un fenomeno più largo che questa storia illumina benissimo, e riguarda un'abitudine tutta italiana. Quando la vena creativa si esaurisce — quando le canzoni non arrivano più, quando il suono del momento ti sfugge, quando l'onda ti ha sorpassato — si apre un'alternativa comoda: diventare commentatori. Del tutto e del nulla, con l'autorevolezza accumulata negli anni buoni. Non ho più idee per fare canzoni, ma ho opinioni su tutto: sulla politica, sulla guerra, su come si dovrebbe stare al mondo, su chi ha i titoli per parlare e chi no. De Gregori stesso lo ha ammesso candidamente: sono circa dieci anni che non sente più l'ispirazione per scrivere canzoni nuove. Detto da lui, con quella sua onestà tagliente, suona quasi nobile. Ma il meccanismo è lo stesso — e in Italia è un classico. Il finale della storia, però, è quello che fa più riflettere. De Gregori infuoca il web, e a raccogliere immediatamente il suo pensiero con entusiasmo è la destra. Radio Libertà lo celebra come chi "ha dato un bel calcione alla retorica degli intellettuali impegnati, dei pro-Gaza acritici, dei firmatari compulsivi di appelli." L'uomo che la RAI osteggiava per la sua vicinanza al PCI, il cantautore di Viva l'Italia e Generale, si ritrova applaudito dai suoi storici avversari culturali. Non c'è niente di peggio, per un artista, che dire la cosa giusta per le ragioni sbagliate. O forse la cosa sbagliata, e basta. ✍️ Anche la Pecora Pensa 📌 Fonti Virgilio Notizie, 27 maggio 2026 Il Fatto Quotidiano, 27-29 maggio 2026 Radio Libertà, 27 maggio 2026 Leggo.it, 27 maggio 2026 L'Opinione, 27 maggio 2026 Adnkronos, 26 maggio 2026 Wikipedia, Francesco De Gregori

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