Foibe: la vergogna non è solo di chi le ha scavate. È anche di chi ha taciuto per sessant'anni
- Anche la Pecora Pensa

- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 6 min
Aggiornamento: 2 giorni fa

Quando la politica seppellisce i morti due volte
L'immagine che apre questo articolo è stata elaborata con l'intelligenza artificiale per esigenze stilistiche, ma si ispira a qualcosa di reale e recente. Il 29 maggio 2026, in Largo Panfili a #Trieste 🇮🇹, è stato inaugurato "Momentum" — un cilindro trasparente in plexiglass alto sei metri e largo tre, realizzato dagli studenti Jasmine Iannì e Giuseppe Sabatino dell'Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria.
All'interno del cilindro, corpi bianchi e anonimi in caduta libera verso il basso.
Corpi senza identità.
Corpi che cadono.
Come cadevano loro.
È bello, quel monumento.
È necessario.
È giusto.
Ed è in ritardo di ottant'anni.
Immagina di avere una famiglia. Una casa. Una lingua. Un posto nel mondo che è tuo da generazioni — non perché qualcuno te l'ha assegnato, ma perché ci sei nato, ci sono nati tuo padre e tuo nonno, perché le pietre di quelle strade le conosci a memoria e sanno il tuo nome. Immagina che una mattina arrivino degli uomini armati e ti dicano che quella casa non è più tua, che quella lingua è nemica, che tu sei il problema. E immagina che il paese per cui ti sentivi di combattere — l'Italia, la Repubblica, quello Stato che stava nascendo sulle macerie della guerra — guardi dall'altra parte. Per anni. Per decenni. Per più di mezzo secolo.
Questa non è una metafora.
È quello che è successo.
Tra il 1943 e il 1945, nei territori della Venezia Giulia, del Quarnaro e della Dalmazia, i partigiani jugoslavi di Josip Broz Tito diedero inizio a uno dei capitoli più bui del dopoguerra italiano. Migliaia di italiani — non solo fascisti, non solo militari, ma insegnanti, preti, avvocati, antifascisti, chiunque rappresentasse una presenza italiana organizzata su quelle terre — furono arrestati, torturati, uccisi e gettati nelle foibe. Le foibe sono cavità carsiche naturali profonde anche duecento metri, voragini nel terreno del Carso che divennero fosse comuni. Alcuni venivano fucilati sul bordo e cadevano già morti. Altri venivano legati con il fil di ferro a chi stava davanti e a chi stava dietro — una catena umana — così che il peso dei morti trascinasse giù i feriti, e il peso dei feriti trascinasse giù i vivi. Un sistema elaborato. Pensato. Non la furia cieca di una battaglia, ma qualcosa di molto più freddo.
Le stime delle vittime oscillano tra le 3.000 e le 5.000 secondo gli storici più accreditati, con cifre che salgono fino a 11.000 includendo i morti nei campi di prigionia jugoslavi, e fino a 15.000 secondo fonti più controverse. I numeri sono ancora oggetto di dibattito — il più autorevole, Raoul Pupo, indica tra le 3.000 e le 5.000 vittime, precisando che oltre 11.000 si raggiunge solo conteggiando i caduti in combattimento, cifra che lui stesso considera estranea al computo delle foibe — e questo dibattito è legittimo e necessario. Quello che non è legittimo, e non è necessario, è il silenzio che ha circondato questa vicenda per sessant'anni. Perché di silenzio si tratta. Organizzato, deliberato, conveniente.
Agli eccidi seguì l'esodo. Tra il 1945 e il 1956, tra i 250.000 e i 350.000 italiani — istriani, fiumani, dalmati — abbandonarono le loro terre. Non partirono. Fuggirono. Lasciarono case, beni, tombe, radici. Arrivarono in Italia come profughi e l'Italia li accolse come scomodi. La sinistra li ignorò — troppo vicina alla Jugoslavia di Tito, troppo imbarazzata dai crimini di chi considerava alleato ideologico. La Democrazia Cristiana al governo non li considerò abbastanza da fare rumore diplomatico. Finirono nei campi profughi, in appartamenti requisiti, in vagoni ferroviari trasformati in abitazioni. Fantasmi di un confine che l'Italia preferiva non guardare.
Il silenzio aveva tre padri, e nessuno dei tre ha mai pagato davvero il conto.
Il primo padre era ideologico. La sinistra italiana del dopoguerra era profondamente legata a Palmiro Togliatti e al Partito Comunista Italiano, che aveva rapporti organici con la Jugoslavia di Tito. Parlare dei crimini dei partigiani jugoslavi significava incrinare quella narrativa, ammettere che la bandiera rossa poteva coprire massacri come qualsiasi altra bandiera. Era una verità troppo scomoda. Meglio il silenzio. Lo storico Giordano Bruno Guerri ha detto con chiarezza che la vicenda delle foibe sembrava una manifestazione di destra, e così la si è fatta apparire sia a destra che a sinistra, trasformando un problema della memoria collettiva in un'arma di schieramento. Le vittime nel mezzo, come sempre.
Il secondo padre era diplomatico. Durante la Guerra Fredda la Jugoslavia di Tito era un caso anomalo e prezioso per l'Occidente — un paese comunista che aveva rotto con Mosca nel 1948 e rappresentava un cuneo strategico tra il blocco sovietico e l'Europa libera. Sollevare la questione delle foibe, fare pressione su Belgrado per riconoscere i crimini, rischiare di destabilizzare quel rapporto complicato ma utile — nessuno a Roma o a Washington aveva interesse a farlo. La ragion di Stato ha i suoi cadaveri, e non sempre li seppellisce nelle foibe. A volte li seppellisce negli archivi.
Il terzo padre era più banale e forse più vergognoso degli altri due: la comodità. È sempre più comodo non sapere. Non fare domande. Non riaprire ferite che qualcuno ha interesse a tenere chiuse. I profughi giuliano-dalmati erano poveri, erano scomodi, arrivavano da terre lontane con storie difficili da raccontare e ancora più difficili da ascoltare. L'Italia del miracolo economico stava guardando avanti — le autostrade, la Fiat 500, il boom. Chi aveva tempo e voglia di guardare indietro verso il Carso?
Così il silenzio è durato.
Decennio dopo decennio.
Governo dopo governo.
Repubblica dopo Repubblica.
Il #GiornodelRicordo è stato istituito nel 2004 con la legge 92, su proposta del deputato triestino Roberto Menia. Cinquantanove anni dopo i fatti. Quasi sessant'anni in cui questa pagina di storia è stata sepolta — non nelle foibe, ma nei silenzi della politica italiana. Tre generazioni di italiani sono cresciute senza sapere. Tre generazioni di esuli hanno aspettato un riconoscimento ufficiale che non arrivava. Tre generazioni di vittime sono rimaste senza voce in un paese che si riempie la bocca di memoria quando fa comodo e la dimentica quando costa qualcosa.
E adesso?
Adesso la destra usa le foibe come clava contro la sinistra. La sinistra si difende accusando la destra di strumentalizzazione. Gli storici continuano a lavorare in mezzo al fuoco incrociato. E le vittime — quelle vere, quelle di carne e fil di ferro — aspettano ancora di essere ricordate per quello che erano: esseri umani, non pedine di una partita politica che non hanno scelto di giocare.
Il monumento "Momentum" di Trieste — quel cilindro trasparente con i corpi bianchi in caduta libera — è la risposta più onesta che questo paese abbia mai dato a quella storia. Non perché sia arrivato tardi, ma perché almeno è arrivato. E perché l'hanno fatto dei ragazzi venuti da Reggio Calabria, dall'altro capo del paese, che non avevano nessun legame personale con quelle terre e hanno scelto lo stesso di raccontarle. Questo, se vogliamo trovare qualcosa di buono in questa storia, è il momento in cui la memoria smette di essere di parte e diventa finalmente di tutti.
Oggi, 2 giugno, festa della #Repubblica, la #Pecora lo dice senza sconti: una Repubblica che ha impiegato quasi sessant'anni a riconoscere una delle sue tragedie più grandi non può permettersi di fare la voce grossa sulla memoria. Può solo — finalmente, con ottant'anni di ritardo — fare silenzio, togliersi il cappello, e ascoltare chi ha aspettato troppo a lungo.
E la prossima volta che qualcuno usa le foibe per fare campagna elettorale, ricordatevi che sta facendo esattamente quello che hanno fatto quelli che tacevano: usare i morti per i vivi.
Cambia il verso.
Non cambia la sostanza. 🐑
✍️ Anche la Pecora pensa
📌 Fonti
ANVGD — Inaugurazione monumento "Momentum", Largo Panfili, Trieste, 29 maggio 2026
Federesuli — Cerimonia inaugurale monumento vittime delle foibe, 30 maggio 2026
Nordest24 — Trieste, in Largo Panfili il monumento sulle foibe e sull'esodo giuliano-dalmata, maggio 2026
Trieste.news — Foibe, a Trieste il monumento che "costringe a guardare", 29 maggio 2026
Il Fatto Quotidiano — Foibe: numeri, storia e contesto storico
L'Espresso — Ieri uccisi nelle foibe, oggi ostaggi dell'uso politico della storia
Euronews Italia — Foibe, perché per 60 anni non ne abbiamo parlato
Raoul Pupo — storico, stime vittime foibe
Giordano Bruno Guerri — storico, intervista sull'uso politico delle foibe
Wikipedia — Massacri delle foibe / Esodo giuliano-dalmata
Legge 92/2004 — istituzione Giorno del Ricordo
Ministero dell'Interno — Giorno del Ricordo: storia e significato

Commenti