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I Musulmani pregano in strada: la colpa è di chi ha detto NO alla Moschea

  • Immagine del redattore: Anche la Pecora Pensa
    Anche la Pecora Pensa
  • 27 mag
  • Tempo di lettura: 5 min
MUSULMANI PREGANO IN STRADA

Il caso Civitavecchia e il cortocircuito tutto italiano: prima blocchi le moschee, poi ti scandalizzi se pregano fuori


In Italia, ogni volta che i musulmani pregano in strada, scatta il dibattito nazionale. Puntuale come le stagioni, identico negli attori, identico nel copione. Da una parte chi si indigna per il traffico bloccato, l'ordine pubblico violato, la pubblica via occupata da gente inginocchiata verso La Mecca. Dall'altra un silenzio assordante sulla domanda che nessuno vuole fare: perché sono in strada? L'ultimo episodio è quello di Civitavecchia, dove in occasione dell'Eid ul Adha — la Festa del Sacrificio, una delle due ricorrenze più importanti del calendario islamico — il Comune ha concesso alla comunità islamica locale una strada chiusa al traffico per qualche ora di preghiera collettiva. Il risultato? Polemiche, dichiarazioni indignate, articoli allarmati. Come sempre.


Eid ul Adha: cos'è e perché i musulmani si ritrovano a pregare insieme

Per capire quello che succede ogni anno in molte città italiane, vale la pena partire dall'inizio. L'Eid ul Adha, conosciuto anche come Festa del Sacrificio o Grande Festa, è una delle celebrazioni più sentite dell'Islam. Ricorda il gesto di Abramo, disposto a sacrificare il figlio per obbedienza a Dio — storia che chi ha fatto il catechismo conosce benissimo, visto che è la stessa della Bibbia. In tutto il mondo islamico, in questo giorno i fedeli si riuniscono in preghiera collettiva, preferibilmente in grandi spazi aperti o in moschee capaci di accogliere migliaia di persone contemporaneamente.


In Italia vivono stabilmente circa due milioni di musulmani. Sono cittadini, lavoratori, contribuenti, genitori che mandano i figli a scuola con i nostri figli. Hanno, come tutti, il diritto costituzionalmente garantito di praticare la propria religione. Il problema è che per farlo, nella maggior parte delle città italiane, non hanno un posto adeguato.


Perché i musulmani pregano in strada in Italia

La risposta è semplice, scomoda e quasi mai detta chiaramente: i musulmani pregano in strada perché in Italia costruire una moschea è diventato quasi impossibile. Non per una legge che lo vieta esplicitamente — sarebbe troppo facile da contestare — ma per un sistema di ostruzionismo amministrativo, politico e sociale che da trent'anni blocca qualsiasi progetto sul nascere.


Il meccanismo funziona così. Una comunità islamica fa richiesta al Comune per un'area edificabile o per il cambio di destinazione d'uso di un immobile. Parte immediatamente la mobilitazione: comitati di quartiere, raccolte firme, comunicati stampa, consiglieri comunali che chiedono referendum. In Lombardia nel 2015 è stata approvata una legge regionale — soprannominata "legge anti-moschee" — che ha reso praticamente impossibile aprire nuovi luoghi di culto islamici imponendo requisiti burocratici pensati appositamente per essere insormontabili. Altre regioni hanno seguito strade simili.


Il risultato è che l'Italia è uno dei pochi paesi dell'Europa occidentale senza una moschea costruita ex novo nelle sue principali città. Roma, capitale di uno stato che ospita la Santa Sede e si definisce culla della civiltà occidentale, ha una sola moschea ufficiale — inaugurata nel 1995 — per oltre 200.000 fedeli musulmani. Milano, città che si vuole europea e cosmopolita, non ne ha nessuna degna di questo nome. I fedeli si arrangiano con garage, scantinati, capannoni industriali, appartamenti trasformati in sale di preghiera.


E poi, quando l'Eid ul Adha arriva e migliaia di persone che non trovano posto si inginocchiano in strada, scatta lo scandalo.


Il caso Civitavecchia: una storia già vista

Quello di Civitavecchia non è un caso isolato né una novità. La comunità islamica locale ha fatto una richiesta al Comune per avere uno spazio dove celebrare la Festa del Sacrificio. L'amministrazione — a guida PD, dettaglio sottolineato con grande enfasi da chi ha protestato — ha trovato un compromesso: una strada, chiusa al traffico per qualche ora.


La Lega ha reagito con un comunicato in cui si parla di islamizzazione, sottomissione culturale, scene da Nord Africa. Silvia Sardone, vice segretario del partito, ha definito la situazione inaccettabile. Non è la prima volta che accade lo stesso a Civitavecchia: già durante il Ramadan si era verificata una situazione analoga, con identiche polemiche.


Vale la pena fermarsi su una frase del comunicato leghista: "questo spettacolo ci riporta a immagini che si vedono nel Nord Africa o nel Medio Oriente". Pregare in strada, dunque, è qualcosa di alieno, incompatibile con la civiltà occidentale. Eppure le processioni religiose bloccano il traffico in tutta Italia ogni anno. Il Corpus Domini occupa piazze e vie nel silenzio generale. Le feste patronali mandano in tilt interi quartieri per giorni interi, con tanto di ordinanze comunali, strade chiuse e transenne. Nessuno parla di sottomissione culturale. Nessuno chiede perché il Comune si "piega" alle richieste della parrocchia.

La differenza, evidentemente, non è la strada. È chi ci prega sopra.


L'ipocrisia del "no alla moschea, no alla strada"

C'è una contraddizione talmente evidente in questa vicenda che quasi fa impressione doverla spiegare. Gli stessi partiti e gli stessi movimenti che da anni osteggiano la costruzione di luoghi di culto islamici — con la giustificazione che i musulmani devono "integrarsi" e non creare "spazi separati" — sono gli stessi che oggi si indignano perché i musulmani pregano negli spazi comuni, in mezzo alla gente, in una strada pubblica.


Quindi: niente moschee perché sono ghetti. E niente strade perché sono invasioni. La domanda legittima è: dove dovrebbero pregare? La risposta, se si ascolta attentamente il sottotesto di certe dichiarazioni, sembra essere: da nessuna parte. O meglio — in silenzio, nell'invisibilità, senza dare fastidio, senza occupare spazio fisico o mentale.


Ma due milioni di persone non diventano invisibili per decreto. E la libertà religiosa non è un privilegio che si concede a discrezione, è un diritto sancito dalla Costituzione italiana all'articolo 19, senza distinzioni di fede.


Integrazione: una parola usata male

Chi protesta contro i musulmani che pregano in strada usa spesso la parola "integrazione". Non si integrano, dicono. Vogliono imporre le loro usanze. Non rispettano le nostre regole. Vale la pena chiedersi cosa significhi integrazione in questo contesto. Significa rinunciare alla propria religione? Significa pregare solo in privato, in casa, senza mai manifestare pubblicamente la propria fede? Se è questo il modello, allora bisogna essere onesti e dirlo — e dirlo anche alle processioni, alle campane delle chiese, alle croci sui palazzi pubblici.

L'integrazione vera è un processo a doppio senso. Richiede disponibilità da parte di chi arriva e accoglienza da parte di chi riceve. Costruire moschee dignitose, riconoscere l'Islam come parte del paesaggio religioso italiano, permettere alle comunità di avere spazi propri — tutto questo non è cedere a un'invasione. È applicare gli stessi principi che si applicano a qualsiasi altra comunità religiosa presente sul territorio. Negarlo sistematicamente, e poi lamentarsi delle conseguenze di quel diniego, non è difesa dell'identità. È solo ipocrisia con bandiera.


Cosa succede se non si costruiscono moschee

Gli esperti di integrazione e scienze sociali lo ripetono da anni: negare spazi di culto dignitosi non fa scomparire la religiosità, la spinge sottoterra. Le comunità che non hanno luoghi di riferimento ufficiali, riconosciuti, trasparenti, finiscono per organizzarsi in modo informale, fuori dal controllo e dalla visibilità pubblica. Questo, paradossalmente, è esattamente il contrario di quello che dovrebbe volere chi parla di sicurezza e integrazione. Una moschea ufficiale, con un imam riconosciuto, aperta alla città, inserita nel tessuto urbano, è uno strumento di integrazione. Uno scantinato anonimo, un garage senza insegna, una strada bloccata due volte l'anno perché non c'è alternativa — questi sono il risultato delle politiche di chi dice no.

I musulmani che pregano in strada a Civitavecchia non sono un problema di ordine pubblico. Sono la conseguenza prevedibile e diretta di decenni di ostruzionismo. Trattarli come un'emergenza, dopo averla creata, è l'operazione politica più disonesta del dibattito pubblico italiano.


✍️ Anche la Pecora pensa

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