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Prevenzione salute mentale: il sistema che cura solo dopo il crollo

  • Immagine del redattore: Anche la Pecora Pensa
    Anche la Pecora Pensa
  • 27 mag
  • Tempo di lettura: 4 min
SALUTE MENTALE

Quattrocento milioni di persone nel mondo soffrono di disturbi mentali. Eppure continuiamo a parlare solo di cura. La psichiatria sociale aveva già le risposte settant'anni fa. Qualcuno ha preferito non ascoltare.


Quasi 400 milioni di persone nel mondo soffrono di disturbi mentali. La sola depressione ne colpisce 300 milioni. Ansia, burnout, solitudine, isolamento — numeri che crescono ogni anno, crisi che si moltiplicano, ambulatori che scoppiano. E la risposta del sistema è sempre la stessa: più diagnosi, più farmaci, più terapia.

Nessuno parla di #prevenzione_salute_mentale. O meglio: se ne parla, e poi si fa altro.


Eppure c'è una disciplina — la psichiatria sociale — che aveva già capito tutto decenni fa. Che aveva i dati, le ricerche, le mappe. E che è stata silenziata non perché sbagliasse, ma perché aveva il difetto grave di indicare cause scomode: povertà, disuguaglianza, isolamento, lavoro precario, comunità spezzate. Cause che non si curano con una pillola. Cause che richiedono scelte politiche.


La città che rende matti

Tutto comincia a Chicago negli anni Trenta. Due sociologi, Robert Faris e H. Warren Dunham, analizzano 30.000 ricoveri ospedalieri e sovrappongono i dati a una mappa della città. Il risultato è inequivocabile: i disturbi mentali non sono distribuiti a caso. Seguono la povertà. Seguono l'isolamento. Seguono il caos. A Hobohemia — il quartiere ai margini del distretto degli affari, abitato da senzatetto, persone che vivono di elemosina, esistenze anonime e instabili — la schizofrenia paranoide è altissima. Non perché quella gente sia geneticamente predisposta. Ma perché vivono in mezzo alla folla senza appartenere a nessuna comunità. La città piena di corpi produce solitudine. Una contraddizione che chiunque abbia vissuto in una grande metropoli conosce benissimo.


Pochi anni dopo, a New Haven, i ricercatori August Hollingshead e Fritz Redlich confermano e ampliano il quadro. Il loro libro parte da una frase memorabile: "Gli americani preferiscono evitare i due fatti della vita studiati in questo libro: classe sociale e malattia mentale." I risultati sono brutali: le persone della classe più povera hanno una probabilità tre volte maggiore di ricevere cure psichiatriche rispetto alle classi agiate. E quando le ricevono, ricevono elettroshock e lobotomia. I ricchi ricevono psicoanalisi. Anche nella sofferenza mentale, la classe sociale decide come vieni trattato.


Quando la politica ci provò davvero

Per un breve momento storico, negli Stati Uniti del dopoguerra, qualcuno prese sul serio la prevenzione salute mentale come questione pubblica. John F. Kennedy, nel febbraio 1963, parlò al Congresso e disse una cosa rivoluzionaria: bisogna cercare le cause della malattia mentale ed eliminarle. Un grammo di prevenzione vale più di una libbra di cura. Finanziò 789 centri comunitari di salute mentale, pensati per sostituire i manicomi e lavorare sul territorio.

Durò poco. Nel 1968 il clima politico americano virò a destra. Nixon sostituì Johnson. La guerra del Vietnam assorbì risorse e attenzione. I centri comunitari, invece di fare prevenzione, finirono per gestire l'emergenza dei malati cronici. La psichiatria biologica prese il sopravvento. Nel 1980 il DSM-III — la bibbia diagnostica americana — sancì ufficialmente il nuovo orientamento: diagnosi e farmaci. Fine della stagione preventiva. Da allora, il sistema non chiede più perché le persone si ammalano. Chiede solo come trattarle dopo.


Il problema non è nella testa. È nel mondo

Matthew Smith, docente di Storia della salute all'Università di Strathclyde, ha ripreso il filo di quella stagione interrotta in un articolo pubblicato su The Conversation. La sua tesi è semplice e devastante: una società che cura solo dopo il crollo accetta il crollo come parte del sistema. I determinanti della sofferenza mentale sono sociali. La povertà entra nella mente. Il lavoro precario entra nella mente. La solitudine entra nella mente. Il quartiere degradato, la comunità spezzata, l'ansia materiale quotidiana — tutto questo entra nella mente prima ancora che arrivi uno psichiatra.

E la pandemia da COVID-19 ha reso tutto più visibile. Solitudine, isolamento, precarietà, ansia: numeri esplosi in tutto il mondo. Eppure il dibattito pubblico continua a girare intorno a quante ore di terapia passano i fondi sanitari a rimborsare.

Smith ha una proposta concreta: il reddito di base universale come strumento di prevenzione salute mentale. Non come assistenzialismo, ma come riduzione strutturale dell'ansia materiale. Una società che libera le persone dalla paura di non arrivare a fine mese fa prevenzione psichiatrica prima ancora di aprire un ambulatorio. Una società che riduce la settimana lavorativa restituisce tempo, relazioni, comunità. Una società che consente alle persone di lasciare lavori distruttivi o relazioni violente senza cadere nella miseria fa più psichiatria di mille diagnosi.


Quello che non vogliamo sentire

Il punto vero è che sappiamo già tutto. Lo sapevamo negli anni Trenta a Chicago. Lo sapevamo negli anni Sessanta a New Haven. Lo sappiamo oggi. La prevenzione salute mentale non è un mistero scientifico irrisolto. È una scelta politica che non si vuole fare, perché richiede di intervenire su povertà, disuguaglianza, isolamento, lavoro. Richiede di ammettere che il sistema produce sofferenza. E quella ammissione è più difficile da digerire di qualsiasi diagnosi.


La prossima volta che senti parlare di crisi della salute mentale, chiediti una cosa sola: stanno parlando di cura o di prevenzione?

Se parlano solo di cura, sai già che il crollo è previsto nel budget.


✍️ Anche la Pecora pensa


📌 Fonti

  • Matthew Smith, "La salute mentale comincia dalla società", beppegrillo.it, 6 maggio 2026

  • Matthew Smith, The Conversation, 2026

  • Robert Faris, H. Warren Dunham, Mental Disorders in Urban Areas, 1939

  • August Hollingshead, Fritz Redlich, Social Class and Mental Illness

  • Alexander Leighton, Stirling County Study

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