IKEA a Palermo non apre: il traffico, le famiglie e quell'aria che tira
- Anche la Pecora Pensa

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Quattordici anni di trattative, terreni sotto indagine e varianti urbanistiche sparite nel nulla. Gli svedesi sono scappati a gambe levate. A Catania invece hanno aperto. Chissà come.
Gli svedesi, si sa, sono gente strana. Vivono in posti dove d'inverno fa buio alle tre del pomeriggio, mangiano aringhe affumicate a colazione e hanno inventato un sistema di mobili che riesci ad assemblare da solo solo se hai una laurea in ingegneria e tre giorni liberi. Gente tosta, insomma. Abituata a tutto.
Eppure a Palermo non ci arrivano.
Ora, io non volevo nemmeno scrivere questo articolo. Giuro. Per giorni ho visto girare il logo IKEA sul mio feed di Facebook — e no, non erano inserzioni pubblicitarie, ho controllato — e ho lasciato perdere. Scorri, scorri, avanti. Poi il feed ha continuato a ripropormelo, come quando qualcuno ti tocca la spalla e tu fai finta di niente e lui ti tocca ancora. Alla fine mi sono fermato, ho letto, mi sono documentato, ho sentito più di una campana. Ed è uscita questa roba qui.
IKEA a Palermo ci prova dal 2012. Quattordici anni. Per capire l'enormità di questa cifra: nel 2012 Obama faceva il secondo mandato, i Maneskin erano ancora alle medie e Cristiano Ronaldo giocava nel Real Madrid. Nel frattempo IKEA ha aperto negozi in Croazia, Serbia, India, Filippine. A Catania ha aperto. A Catania, sì — chissà come. Ma a Palermo no. A Palermo c'è sempre qualcosa che non va.
Nel 2012 si parlava di Villabate e Ficarazzi. Poi Ciaculli. Poi Partanna Mondello. Poi Brancaccio, dove avevano trovato il terreno — trentaseimila metri quadrati, già pronti — e avevano chiesto al Comune la variante al piano regolatore. Nulla di fatto. Gli svedesi ad un certo punto hanno salutato e sono andati via. Non lentamente, non con rimpianto. A gambe levate, come ha ammesso pubblicamente l'assessore regionale alle Attività produttive, aggiungendo che IKEA «non ne voleva sapere più nulla della Sicilia». Della Sicilia intera, ha detto. Poi però a Catania sono rimasti. Chissà come.
Ora, io sono un uomo semplice. Non capisco di urbanistica, di piani regolatori, di varianti. Però capisco il traffico. E il traffico a Palermo, tutti lo sanno, è un problema serio. Serissimo. Uno dei problemi più gravi della città, forse il più grave. E allora forse il problema di IKEA a Palermo è proprio quello: il traffico. Troppo traffico. Le strade strette. I sensi unici. La difficoltà di far girare i camion con i mobili piatti da scaricare.
Il fatto che le aree individuate per aprire il negozio — Roccella, Ciaculli, Brancaccio — fossero tutte contemporaneamente oggetto di indagini da parte degli inquirenti per presunte infiltrazioni in ambito edilizio e commerciale, be', quella è un'altra storia. Una coincidenza, probabilmente. Le periferie di Palermo sono grandi, i terreni disponibili per grandi superfici commerciali non sono molti, e capita che in quelle zone ci siano anche delle indagini in corso. Succede. Non è colpa di nessuno. Il fatto che la variante al piano regolatore necessaria per trasformare quei terreni in area commerciale fosse essa stessa finita sotto la lente della Guardia di Finanza è un dettaglio burocratico, sostanzialmente. Roba tecnica.
IKEA è una multinazionale svedese quotata, con codici etici lunghi come l'Iliade, audit interni, compliance officer, revisori contabili che guardano ogni centesimo. Gente che se gli chiedi di mettere una firma su qualcosa che non è scritto in nessun contratto ufficiale ti guarda con quegli occhi chiari nordici e non capisce. Non perché siano stupidi. Perché vengono da un posto dove certe conversazioni non esistono. Dove il rispetto si dà ma non si compra. Dove le famiglie sono importanti ma nel senso di mamma, papà e due figli che montano insieme la libreria BILLY il sabato pomeriggio.
E allora ecco il problema.
Non è il traffico.
Non è la burocrazia generica.
Non è nemmeno la variante al piano regolatore di Brancaccio in sé. È che certe aree di Palermo hanno una storia molto precisa, delle frequentazioni molto specifiche, e una multinazionale che deve rispondere agli azionisti di Stoccolma non può permettersi di finire dentro certe storie. Non per cattiveria verso Palermo. Per pura matematica finanziaria.
Nel frattempo la Prefettura ha siglato un protocollo d'intesa con il Comune proprio per contrastare il rischio di infiltrazioni nel settore urbanistico, «soprattutto in aree periferiche idonee a grandi investimenti». Le hanno elencate pure, le aree: Brancaccio, e le circoscrizioni III, VI e VII. Esattamente quelle dove si cercava di far aprire IKEA. Una coincidenza, anche questa. Quante coincidenze, a Palermo.
IKEA a Palermo aprirà il giorno in cui non servirà più fare certi ossequi per aprire un negozio. Il giorno in cui una variante al piano regolatore si ottiene perché è giusta, non perché conosci la persona giusta. Il giorno in cui i terreni disponibili per i grandi investimenti non sono contemporaneamente sotto indagine per altre faccende. Il giorno in cui il traffico — quello vero, quello di cui parlava Benigni nel film — sarà finalmente solo un problema di semafori e rotatorie.
Quel giorno, gli svedesi torneranno. Con i loro flat-pack, le loro istruzioni incomprensibili e le loro polpette.
E Palermo se lo meriterà.
In fondo, a Catania ce l'hanno fatta.
Chissà come.
✍️ Anche la Pecora pensa
📌 Fonti
Balarm.it — Ma quale Ikea e Ikea: a Palermo per il momento non apre e i motivi sono tristi
Balarm.it — Ikea ci riprova con Palermo, che sia la volta buona: si valutano due zone vicine alla città
Il Sicilia — Ikea a Palermo, congelato il progetto: "Via per colpa della mafia"
Siciliafan — Ikea a Palermo, tutto bloccato per colpa della mafia
TP24 — Puzza di mafia. Ikea non aprirà un nuovo store a Palermo
IKEA Italia — Negozio IKEA Catania: orari e informazioni



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