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Mario Sechi, Angelucci e la libertà di stampa in Italia: la barzelletta che ci raccontiamo da quarant'anni

  • Immagine del redattore: Anche la Pecora Pensa
    Anche la Pecora Pensa
  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 4 min
MARIO SECHI

Un editore, una PEC e una scorta. In Italia la libertà di stampa esiste davvero — finché non dà fastidio a chi possiede il giornale.


C'è un momento preciso in cui capisci come funziona davvero la libertà di stampa in Italia. Non è quando leggi i rapporti di Reporters Sans Frontières, non è quando senti i discorsi solenni al Quirinale e non è nemmeno quando vedi qualche giornalista in televisione spiegare con aria ispirata che la stampa libera è il presidio della democrazia. Il momento in cui capisci tutto è quando un editore licenzia il suo direttore mentre quest'ultimo è sotto scorta perché qualcuno vuole ammazzarlo. Lì, in quel preciso istante, la retorica si sgonfia come un palloncino bucato e rimane solo la realtà, che è sempre molto più semplice e molto meno nobile di come ce la raccontiamo.


Mario Sechi era il direttore di Libero Quotidiano. Il 28 maggio 2026 ha scritto su X quattro parole destinate a diventare un piccolo pezzo di storia del giornalismo italiano contemporaneo: "Angelucci mi ha licenziato." Punto. Niente giri di parole, niente comunicati stampa eleganti, niente di quella diplomazia ipocrita che di solito accompagna queste operazioni. Solo la verità nuda e cruda di chi ha appena ricevuto una PEC mentre stava cercando di capire come organizzare la propria vita con una scorta attaccata ai tacchi. Perché Sechi era sotto protezione. Perché aveva ricevuto minacce di morte dall'ambiente anarchico dopo aver scritto degli editoriali sulla morte di due ragazzi esplosi mentre costruivano una bomba a Roma. Il prefetto lo aveva chiamato, gli aveva comunicato che la sua vita era in pericolo, e lui aveva continuato a fare il suo lavoro.


Poi era arrivata la PEC.


La tempistica, diciamolo subito, è la cosa più italiana di tutta la vicenda. Non perché in altri paesi gli editori siano necessariamente più nobili d'animo, ma perché da noi esiste una capacità quasi artistica di scegliere il momento peggiore possibile per fare le cose peggiori possibili, e poi guardare tutti dritto negli occhi come se niente fosse. Angelucci ha aspettato che il suo direttore finisse sotto scorta per togliergli la sedia. Gli Angelucci — che oltre a Libero possiedono anche Il Tempo e Il Giornale — hanno quindi impartito un ordine semplice e inequivocabile alle loro altre testate: sulla vicenda Sechi non si scrive una riga. E così è stato. Mentre mezza Italia discuteva della cosa, i giornali della stessa famiglia editoriale facevano finta che non fosse successo niente. Libertà di stampa, appunto.


Qui bisogna fermarsi un secondo perché altrimenti si rischia di perdere il dettaglio più gustoso di tutta la storia. Stiamo parlando di giornali. Di testate che ogni giorno pubblicano articoli sulla libertà di informazione, sulla necessità di una stampa indipendente, sul diritto dei cittadini di essere informati. Quegli stessi giornali, per ordine del proprietario, hanno deciso che una notizia non esisteva. Non per motivi editoriali, non per mancanza di spazio, non perché ci fossero notizie più importanti. Per ordine. Come quando il capo dice al commesso di non mettere in vetrina un certo prodotto e il commesso esegue senza fiatare. Solo che qui non stiamo parlando di scarpe o di elettrodomestici. Stiamo parlando di informazione. Di quella cosa per cui ogni anno organizziamo convegni, premi, giornate mondiali e discorsi edificanti.


Nel frattempo, la politica ha fatto quello che la politica italiana sa fare meglio nei momenti di crisi: ha prodotto solidarietà. Mattarella ha espresso vicinanza a Sechi. Meloni ha condannato le minacce con parole ferme e inequivocabili. Il presidente della Camera ha fatto lo stesso. Tutto giusto, tutto corretto, tutto assolutamente inutile ai fini pratici della vicenda, dato che nel giro di poche ore Sechi era comunque fuori e al suo posto era già pronto Alessandro Sallusti, che di Libero è stato già direttore in passato e che evidentemente agli Angelucci piace di più. La solidarietà istituzionale in Italia funziona così: arriva puntuale, è sincera nei toni, e non cambia assolutamente niente.


Ora, dal campo avverso qualcuno ha già alzato la mano per dire che quella di Sechi è stata "una sceneggiata". Che il licenziamento non c'entra niente con la scorta. Che la misura di protezione era scattata già settimane prima. Che collegare le due cose è strumentale. Può anche essere. Non lo sappiamo con certezza, e onestà intellettuale impone di dirlo. Quello che però sappiamo con certezza è un'altra cosa, ed è una cosa che vale indipendentemente dalle intenzioni di chiunque: in Italia un editore può licenziare un direttore di giornale quando vuole, come vuole e per i motivi che vuole. Può farlo mentre quell'uomo è sotto scorta o mentre va in vacanza, la sostanza non cambia. Può ordinare ai suoi altri giornali di non coprire la notizia e quei giornali eseguiranno. Tutto questo è perfettamente legale, perfettamente normale e perfettamente incompatibile con qualunque discorso serio sulla libertà di stampa.


Il problema non è Angelucci.

Il problema non è Sechi.

Il problema non è nemmeno questa specifica vicenda, che domani sarà già dimenticata mentre si aprirà qualche altro caso identico con nomi diversi. Il problema è che continuiamo a raccontarci la favola della stampa libera in un paese dove i giornali appartengono a industriali, deputati, gruppi finanziari e famiglie con interessi economici ben precisi, e nessuno trova questa cosa particolarmente scandalosa. La troviamo normale. La diamo per scontata. Ci indigniamo caso per caso, direttore per direttore, PEC per PEC, e poi torniamo a leggere gli editoriali sulla libertà di informazione scritti sugli stessi giornali che quella libertà la gestiscono come una concessione revocabile in qualsiasi momento.


C'è una scena che mi è rimasta impressa in tutta questa storia. È quel primo tweet di Sechi, quello di una sola parola pubblicato pochi minuti prima di annunciare il licenziamento. Una parola sola, secca, come una porta che si chiude: "Libero." Probabilmente era il titolo del giornale. Probabilmente era anche qualcos'altro. In italiano, dopotutto, quella parola significa anche un'altra cosa. Ed è esattamente quella cosa che in questo paese, quando si tratta di giornali, non siamo mai stati davvero.


✍️ Anche la Pecora pensa

📌 Fonti

  • Virgilio Notizie – Mario Sechi licenziato da Angelucci a Libero Quotidiano

  • Open Online – Alessandro Sallusti torna a Libero, Mario Sechi licenziato dagli Angelucci

  • Il Fatto Quotidiano – Mario Sechi licenziato da Libero: l'attacco ad Angelucci

  • Sky TG24 – Mario Sechi, scorta dopo minacce di morte. Direttore di Libero licenziato da Angelucci

  • Today.it – Mario Sechi è stato licenziato dal suo editore Angelucci

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