Privacy Policy Cookie Policy
top of page
  • Facebook
  • Instagram
  • Twitter
  • Youtube
  • discussioni

La solitudine di massa non è una sorpresa

  • Immagine del redattore: Anche la Pecora Pensa
    Anche la Pecora Pensa
  • 5 giorni fa
  • Tempo di lettura: 5 min
UOMO SOLO ANNOIATO

La solitudine di massa non è una scoperta. È una conferma.


La solitudine di massa non è una scoperta. È una conferma. L'ennesima, con tanto di grafici, percentuali e dichiarazioni di organismi internazionali che arrivano sempre cinque anni dopo che il problema ha già mangiato vivo qualcuno.


L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha deciso che la solitudine è una crisi di salute pubblica. Applausi. Bentornati. Noi, quelli che mangiano davanti a Netflix alle 22:30 con il telefono in mano mentre scrollano la vita degli altri, lo sapevamo già. Non avevamo bisogno di uno studio su 7.845 persone seguite per tredici anni in Inghilterra per capire che sedersi soli a tavola, ogni sera, lascia un segno. Lo sappiamo. Lo sappiamo benissimo.


La cosa interessante — e quando dico interessante intendo oscena — è che lo sappiamo, e continuiamo.


Uno studio pubblicato su JAMA Network Open dice che non è nemmeno l'isolamento oggettivo a fare più danni. Non è il numero di persone che hai intorno. È la distanza tra le relazioni che hai e quelle che senti di avere. Puoi avere una famiglia, colleghi, vicini di casa, duecento amici su Facebook — e sentirti completamente solo. Anzi: a volte quegli amici su Facebook peggiorano le cose. Vedi le loro foto alle cene, ai matrimoni, alle vacanze, e ti chiedi perché tu stia guardando tutto questo da dietro uno schermo invece di esserci. La risposta non arriva. Arriva solo un'altra notifica.


Il mercato della solitudine di massa funziona benissimo

Nel frattempo qualcuno ha capito che la solitudine di massa è un'opportunità commerciale straordinaria. I supermercati vendono porzioni singole di tutto. Le piattaforme di streaming producono serie pensate per essere divorate da soli, di notte, sotto le coperte. Le app di dating promettono connessione e consegnano altro scroll. I produttori di robot da compagnia in Giappone fatturano cifre che farebbero girare la testa. Non stiamo cercando di risolvere il problema. Stiamo costruendo un'industria intorno ad esso.


L'Istat dice che in Italia le famiglie unipersonali sono ormai la forma più diffusa. Nel 2024-2025 siamo arrivati a 26,6 milioni di nuclei familiari, e la quota di chi vive da solo cresce ogni anno. Attenzione: vivere soli non è automaticamente un dramma. Può essere una scelta consapevole e serena. Il dramma arriva quando intorno a quella persona sola le reti si sfilacciano, gli spazi pubblici si svuotano, i tempi di lavoro si allungano e le occasioni di incontro autentico spariscono una dopo l'altra. Allora quella solitudine scelta diventa solitudine subita, e il confine tra le due è molto più sottile di quanto ci piace pensare.


871.000 morti l'anno. Cento ogni ora.

L'OMS stima che la solitudine di massa sia collegata a oltre 871.000 morti l'anno. Cento ogni ora. È un numero che dovrebbe bloccare qualsiasi conversazione, invece finisce in fondo ai comunicati stampa tra le altre statistiche globali che leggiamo distrattamente mentre aspettiamo che carichi il prossimo video.


Una persona su sei nel mondo vive in condizione di solitudine. In Europa, il 13% degli intervistati ha dichiarato di essersi sentito solo per la maggior parte del tempo nelle quattro settimane precedenti alla rilevazione. Il 35% almeno qualche volta. Sono numeri enormi. Sono i tuoi vicini di pianerottolo. Sono il tizio seduto davanti a te in metropolitana. Siete, probabilmente, anche voi in certi momenti.


Il Joint Research Centre della Commissione Europea ha pubblicato dati che mostrano come l'uso passivo dei social — quello fatto di scroll infinito senza interazione reale — sia associato a livelli più alti di solitudine tra i giovani europei. Non è una sorpresa nemmeno questa. Aprire Instagram alle undici di sera e guardare le storie degli altri non è socialità. È voyeurismo malinconico con pubblicità.


Lo Stato scopre il problema trent'anni dopo averlo costruito

Il Regno Unito ha istituito un Ministro per la Solitudine. Sul serio. Dal 2018. Adesso la delega è affidata al Ministro dello Sport, del Turismo, della Società Civile e della Gioventù. È un segnale politico importante, dicono i comunicati. Vero. È anche una risposta istituzionale a una condizione che le politiche degli ultimi trent'anni hanno contribuito a creare: privatizzazione degli spazi pubblici, taglio ai servizi sociali, precarizzazione del lavoro, urbanizzazione senza progettazione comunitaria, digitale come sostituto invece che come strumento.


Non sto dicendo che i governi abbiano pianificato la solitudine di massa come progetto. Sto dicendo che quando smonti pezzo per pezzo tutto ciò che teneva insieme le persone — i centri civici, le piazze funzionanti, il tempo libero, i contratti stabili, i quartieri con un'identità — non puoi stupirti se le persone restano sole.


In Italia quasi 3 persone su 10 partecipano ad associazioni, gruppi culturali, civici, religiosi o sportivi. In crescita rispetto agli anni precedenti, dice l'Istat. Ma non abbastanza da ricostruire una trama relazionale solida. Le reti ci sono, ma sono più fragili, più intermittenti, meno capaci di reggere il peso della vita reale.


La prescrizione sociale e altre buone idee che arriveranno tardi

L'OMS parla di rafforzare quella che chiama infrastruttura sociale: parchi, biblioteche, centri civici, trasporto pubblico, spazi di quartiere, attività culturali, sport di comunità, gruppi di cammino, reti di prossimità. Parla anche di prescrizione sociale — un approccio che affianca agli strumenti sanitari il rinvio verso attività collettive e relazioni di supporto. L'idea è che la salute si costruisce anche fuori dagli ospedali, dentro la qualità dei legami.


È giusto. È sensato. Arriverà tardi, sarà sottofinanziato, sarà accompagnato da una campagna di comunicazione con un hashtag e tre eventi inaugurali, e poi si vedrà.


Il problema non è la tecnologia. Il problema siamo noi con la tecnologia.

Sarebbe comodo dare tutta la colpa ai social network. Comodo e sbagliato, almeno in parte. I social hanno tenuto insieme persone lontane, hanno creato comunità tematiche, hanno dato voce a chi non ne aveva. Il problema non è lo strumento. Il problema è come lo usiamo, e soprattutto perché lo usiamo così.

Usiamo i social come anestetico. Quando la sera è vuota, quando l'appartamento è silenzioso, quando l'agenda non ha niente, apriamo il telefono perché fa meno paura del silenzio. Non stiamo cercando connessione. Stiamo cercando distrazione da una connessione che non c'è. E la distrazione funziona, per qualche minuto, poi lo scroll riprende e la sera è ancora lì, identica a prima, forse un po' più pesante.

La solitudine di massa nel 2026 ha questa forma: non è l'eremita sul monte, non è il vecchio abbandonato dalla famiglia. È l'appartamento con la luce accesa e lo schermo luminoso. È la persona che ha trecentocinquanta contatti e non sa a chi telefonare quando sta male. È la normalizzazione progressiva di una condizione che vent'anni fa avremmo chiamato con il suo nome e che oggi chiamiamo stile di vita.


Quello che non torna

Quello che non torna, in tutta questa storia, è la distanza tra la consapevolezza e il comportamento. Sappiamo. Gli studi ci sono. I dati ci sono. Le dichiarazioni dell'OMS ci sono. Sappiamo che stare soli fa male, che l'isolamento percepito aumenta il rischio cardiovascolare, che la mancanza di connessioni sociali ha un impatto sulla mortalità paragonabile ad altri grandi fattori di rischio. Sappiamo tutto questo.


E continuiamo a costruire città senza piazze vere, politiche senza tempo per le relazioni, lavori senza spazio per la comunità, vite ottimizzate per la produttività e desertificate per tutto il resto.


La solitudine di massa non è una malattia misteriosa che ci ha colpiti dall'esterno. È il risultato prevedibile di scelte precise, individuali e collettive, fatte nel corso di decenni. La buona notizia — se vogliamo chiamarla così — è che le scelte si possono cambiare. La cattiva notizia è che di solito lo facciamo solo quando il costo di non farlo diventa impossibile da ignorare.


Cento morti l'ora non sono ancora abbastanza, a quanto pare.


✍️ Anche la Pecora pensa


📌 Fonti

  • JAMA Network Open — Loneliness, Social Isolation, and Cardiovascular Disease and Mortality

  • OMS — Commission on Social Connection, 2023

  • Istat — Rapporto annuale 2024, struttura e dinamica sociale

  • Joint Research Centre, Commissione Europea — EU Loneliness Survey

  • Joint Research Centre — Social media use and loneliness among young Europeans

  • GOV.UK — Minister for Loneliness, Stephanie Peacock

Commenti


ANCHE LA PECORA PENSA

Per inviare messaggi, comunicati stampa, segnalazioni, denunce o lettere aperte alla pecora:  redazione@anchelapecorapensa.it 

  • Facebook
  • Instagram

© 2035 by ANCHELAPECORAPENSA.IT . Powered and secured by Wix

ANCHELAPECORA.IT è un blog aperto che non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può per tanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. Le foto utilizzate all’interno del blog sono di pubblico dominio perché prese dalla rete. Se i soggetti ritratti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, possono inviare una segnalazione per la tempestiva rimozione

bottom of page