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Meta licenzia per l'intelligenza artificiale, qualcuno deve pur pagare il conto

  • Immagine del redattore: Anche la Pecora Pensa
    Anche la Pecora Pensa
  • 27 mag
  • Tempo di lettura: 3 min
MARK ZUCHENBERG

Lavoro e intelligenza artificiale — Quando il progresso ha il conto in tasca e lo fa pagare agli altri

C'è un eufemismo che va molto di moda nelle comunicazioni aziendali delle Big Tech: "ottimizzazione delle risorse". Suona bene. Suona quasi igienico. Evoca efficienza, modernità, progresso. Nella pratica, significa che ottomila persone hanno perso il lavoro. E che altre seimila posizioni aperte non verranno mai coperte. Benvenuti nel futuro.


Meta ha annunciato il taglio del 10% della sua forza lavoro globale. La motivazione ufficiale è chiara: finanziare lo sviluppo dell'intelligenza artificiale. Tra i 115 e i 135 miliardi di dollari investiti nel 2026 in infrastrutture AI richiedono, dice l'azienda, una maggiore "competitività globale". Tradotto: i soldi che pagavano gli stipendi ora pagano i server. Quando Meta licenzia per l'intelligenza artificiale non lo fa in perdita, non lo fa in crisi — lo fa mentre macina profitti record. Questo è il dettaglio che non bisogna dimenticare.


Non è un caso isolato. Microsoft ha avviato un programma di pensionamento volontario rivolto a circa 8.750 dipendenti americani. Pinterest, Amazon, Block, Oracle, Atlassian, Snap — la lista è lunga. Secondo i dati di Challenger, Gray & Christmas, nei primi quattro mesi del 2026 oltre 30.000 licenziamenti nel settore tech sono stati attribuiti esplicitamente a strategie di automazione e intelligenza artificiale. Trentamila. In quattro mesi. Di un solo settore.


I tagli non sono distribuiti a caso. Colpiscono in misura significativa i ruoli di content moderation, amministrazione e le posizioni entry-level — i lavori di ingresso, quelli che un tempo erano il primo gradino della scala. I giovani che entrano oggi nel mercato del lavoro si trovano davanti una porta che si sta chiudendo. Dario Amodei, CEO di Anthropic, lo ha detto esplicitamente in una recente intervista: l'intelligenza artificiale potrebbe ridurre significativamente la domanda di lavori white-collar di ingresso in settori come tecnologia, finanza e diritto. Un sondaggio di Just Capital conferma che oltre il 50% dei leader aziendali prevede un rallentamento delle assunzioni junior nei prossimi dodici mesi.


Nel frattempo, le divisioni dedicate allo sviluppo di modelli generativi e infrastrutture AI vengono potenziate. Il messaggio è trasparente: non è che il lavoro sparisce — si sposta. Si sposta verso l'alto, verso competenze sempre più specializzate, verso figure che costano di più e che sono, per definizione, meno. Il resto lo fa la macchina.


Microsoft ha scelto un approccio meno brutale — uscita volontaria, pacchetti finanziari, copertura sanitaria prolungata. Una gestione del cambiamento più morbida, si dice. Ma la sostanza non cambia: anche lì, il ridimensionamento c'è. La direzione è la stessa.


La domanda che nessuna comunicazione aziendale si degna di affrontare è quella economica più elementare: se le persone non lavorano, chi compra i prodotti? Se i ruoli entry-level spariscono, chi costruisce la classe media di domani? Se l'efficienza operativa significa che i profitti crescono e gli stipendi no, in quale direzione va la disuguaglianza?


Sono domande antiche. Le facevano già negli anni Trenta, quando le macchine iniziarono a sostituire i lavoratori agricoli. Non hanno ancora trovato risposta. Anzi, ogni volta che qualcuno le pone con insistenza, si cambia argomento — si parla di competitività globale, di innovazione, di futuro. Termini bellissimi che non pagano l'affitto.


La verità scomoda è questa: un'industria che produce record di profitti e contemporaneamente record di precarietà non ha un problema tecnico. Ha un problema di scelte. E le scelte, a differenza degli algoritmi, hanno un responsabile.


✍️ Anche la Pecora Pensa

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