Prima gli Italiani: Peccato che senza gli Stranieri in Italia non ce ne siano abbastanza
- Anche la Pecora Pensa

- 1 giorno fa
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Gli stranieri in Italia tengono in piedi un paese che fa finta di non saperlo. I numeri dell'ISTAT 2026 raccontano una storia che nessuno ha il coraggio di leggere ad alta voce.
C'è un numero che il governo italiano non cita mai nei suoi comunicati stampa, non appende sui manifesti elettorali, non porta a supporto dei suoi decreti sicurezza. È un numero scomodo, preciso, certificato — prodotto da un istituto dello Stato, pagato con soldi pubblici, gestito da persone che non possono permettersi di inventarselo. Quel numero dice che nel 2025, per la prima volta dopo dodici anni di declino costante, la popolazione italiana non è diminuita. E dice anche perché: non per merito delle politiche familiari, non per un improvviso ritorno alla voglia di fare figli, non per qualche miracolo demografico caduto dal cielo.
Per merito degli stranieri in Italia.
Solo per merito loro.
I numeri che nessuno vuole leggere
Il Rapporto Annuale ISTAT 2026 è un documento che andrebbe letto con attenzione da chiunque parli di immigrazione in questo paese — e in particolare da chi la usa come clava elettorale da anni. Non è un pamphlet politico, non è un'analisi di parte. È statistica. La fotografia di quello che è successo davvero, con i numeri che non si lasciano piegare dall'umore della campagna elettorale.
Le nascite in Italia si attestano a circa 355mila nel 2025, con un tasso di fecondità tra i più bassi in Europa. In dieci anni la popolazione è scesa da 60,2 a 58,9 milioni di residenti. L'età media ha raggiunto i 47 anni e gli over 65 rappresentano oltre un quarto della popolazione totale.
Fermiamoci un momento. Un paese in cui un quarto della popolazione ha più di 65 anni è un paese che invecchia in modo strutturale, non congiunturale. Non è una crisi passeggera che si risolve con qualche bonus bebè o con qualche campagna ministeriale sull'orgoglio della maternità. È una tendenza demografica profonda, radicata in decenni di trasformazioni economiche e sociali, che non si inverte con un decreto.
Dopo 12 anni di declino costante, per la prima volta la popolazione in Italia non è diminuita. Il numero di residenti al 1° gennaio 2026 — 58,943 milioni — è praticamente identico a quello del 2025. Il merito va attribuito alle immigrazioni: l'anno scorso sono arrivate in Italia 440mila persone straniere, la maggior parte da Marocco, Egitto, Tunisia, Bangladesh, Pakistan e India.
Quattrocentoquarantamila persone. Quasi mezzo milione. Che sono arrivate qui, si sono stabilite, hanno pagato contributi, hanno lavorato, hanno riempito posti che gli italiani non occupano più — non perché non vogliono, ma perché non ci sono abbastanza italiani giovani per occuparli tutti.
L'immigrazione, scrive l'ISTAT, "contribuisce alla tenuta demografica e al ricambio generazionale". Il saldo migratorio ha compensato interamente il crollo demografico naturale. Oggi i cittadini stranieri residenti sono 5,6 milioni, il 9,4% della popolazione totale.
Quasi uno su dieci. Tenuta demografica. Ricambio generazionale. Sono le parole dell'ISTAT — non di un centro sociale, non di un'associazione umanitaria, non di un giornale di sinistra. Dell'istituto nazionale di statistica della Repubblica Italiana.
Cosa fanno davvero gli stranieri in Italia
Qui bisogna essere precisi, perché la vaghezza fa comodo a chi preferisce non approfondire. Gli stranieri in Italia non sono un monolite astratto. Sono persone che lavorano in settori specifici, misurabili, documentati.
Nel 2025 le assunzioni di lavoratori stranieri hanno sfiorato 1 milione e 360mila unità, pari al 23,4% del totale. In pratica, quasi un nuovo assunto su quattro non è italiano. Confrontando i dati con il 2019, il numero assoluto di ingressi è più che raddoppiato. Lo certifica la CGIA di Mestre su dati del sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro.
I servizi collettivi e personali si confermano il settore con la più alta incidenza di lavoratori stranieri — il 30,9% del totale — seguiti dall'agricoltura al 20%, dagli alberghi e ristoranti al 18,5% e dalle costruzioni al 16,9%. Dati del Ministero del Lavoro, XV Rapporto sugli stranieri nel mercato del lavoro in Italia 2025.
In agricoltura quasi la metà delle nuove assunzioni riguarda stranieri: il 42,9%. Nel tessile-abbigliamento-calzature il 41,8%, nelle costruzioni il 33,6%.
Tradotto in italiano concreto: senza stranieri, metà dei campi italiani non vengono raccolti. Senza stranieri, un terzo dei cantieri si ferma. Senza stranieri, il pomodoro che usi per il sugo del martedì sera probabilmente non esisterebbe — o costerebbe il doppio.
I lavoratori dell'Europa dell'Est sono particolarmente presenti nell'assistenza familiare e nel lavoro domestico. Quelli del Nord Africa in edilizia, agricoltura e logistica. Dall'Asia meridionale proviene una quota significativa di addetti all'agricoltura, alla ristorazione e al piccolo commercio.
C'è poi la questione degli anziani, che in Italia è una questione enorme e sistematicamente sottovalutata. Il paese più vecchio d'Europa — dopo il Giappone, il più vecchio del mondo — ha un sistema di assistenza agli anziani che regge in buona parte grazie alle badanti straniere, in larga maggioranza donne dell'Est Europa. Sono quelle che assistono i nonni nelle case di mezza Italia, che consentono alle famiglie italiane di lavorare, che colmano i buchi di un welfare pubblico che non ha mai avuto le risorse per coprire tutto.
Nessuno ne parla.
Finché non vengono a mancare.
Il paradosso del paese che non vuole quello di cui ha bisogno
La Fondazione Leone Moressa stima quasi 2,2 milioni di lavoratori dipendenti extracomunitari in Italia. L'incidenza maggiore si registra in Emilia-Romagna al 17,4%, Toscana e Lombardia entrambe al 16,6%. Le stesse regioni che producono la maggior parte del PIL italiano. Le stesse regioni che votano in larga parte per partiti che hanno costruito campagne elettorali sulla chiusura delle frontiere. Non è una contraddizione piccola. È una contraddizione enorme, sistemica, che nessuno riesce a guardare in faccia con onestà.
I lavoratori stranieri pagano tasse e contributi come tutti, ma essendo mediamente più giovani usufruiscono meno di pensioni e prestazioni. In un paese con il sistema pensionistico più sotto pressione d'Europa — dove i giovani italiani pagano contributi per pensioni che probabilmente non prenderanno mai nella misura attesa — questa è una notizia rilevante. I lavoratori stranieri sostengono il sistema senza pesarci sopra nella stessa misura. Almeno per ora. Almeno finché sono giovani.
Il PIL italiano è cresciuto appena dello 0,5% nel 2025, con una crescita complessiva di appena l'1,9% rispetto al 2007, contro il quasi 20% di Francia, Germania e Spagna. Quasi vent'anni di stagnazione relativa. Un paese che cresce meno dei vicini, che ha una produttività stagnante perché investe troppo poco in innovazione e ricerca, che perde giovani e non riesce a sostituirli con altrettanti giovani italiani. E che dipende strutturalmente dall'immigrazione per tenere in piedi il sistema — produttivo, demografico, previdenziale.
Gli italiani che nel frattempo se ne vanno
Al 31 dicembre 2024 risiedevano all'estero 6,4 milioni di cittadini italiani, 243mila in più rispetto al 2023. Oltre il 50% vive in Europa. Nel biennio 2023-24 si sono registrati 270mila espatri di cittadini italiani, il 39,3% in più rispetto al biennio precedente. Dati ISTAT.
Sei milioni e quattrocentomila italiani vivono fuori dall'Italia. Più degli stranieri residenti qui. Vanno a Londra, a Berlino, a Barcellona, ad Amsterdam. Vanno dove i salari sono più alti, dove il mercato del lavoro assorbe le competenze, dove un giovane con una laurea trova un lavoro coerente con quello che ha studiato invece di fare il cameriere a tremila euro lordi in una città dove l'affitto ne costa milleduecento.
Sono i nostri figli migliori, nella maggior parte dei casi. Quelli che abbiamo formato con le nostre università — spesso eccellenti, spesso sottofinanziate — e che abbiamo poi lasciato partire perché non riuscivamo a offrire loro nulla di paragonabile a quello che trovavano altrove. Li piangiamo, li celebriamo come "cervelli in fuga" in articoli commossi, e poi non cambiamo niente di quello che li ha fatti fuggire.
Nel frattempo, 440mila stranieri arrivano ogni anno e riempiono i buchi che lasciamo.
Quello che non si dice
C'è una conversazione che l'Italia non riesce ancora a fare con se stessa. Non sulla bontà o meno dell'immigrazione come fenomeno — su quello si può discutere all'infinito, con argomenti legittimi da tutte le parti. Ma sulla realtà dei numeri. Sul fatto che il paese ha bisogno di persone che arrivino dall'estero per non collassare demograficamente. Sul fatto che queste persone pagano tasse e contributi. Sul fatto che i loro figli — nati qui, cresciuti qui, che parlano italiano senza accento e non conoscono altro paese — non hanno la cittadinanza italiana perché la legge non gliela dà automaticamente. Sul fatto, insomma, che c'è uno scarto enorme tra il racconto pubblico che si fa dell'immigrazione e la realtà di quello che gli stranieri in Italia fanno, producono, costruiscono ogni giorno. L'ISTAT lo dice con i numeri. La realtà lo dice con i fatti. Il dibattito pubblico dice altro. E intanto il paese invecchia, i giovani partono, gli stranieri arrivano, e tutto continua — con o senza i manifesti elettorali.
✍️ Anche la Pecora pensa
📌 Fonti
ISTAT — Rapporto Annuale 2026
ISTAT — Bilancio demografico della popolazione 2025
Ministero del Lavoro — XV Rapporto sugli stranieri nel mercato del lavoro in Italia 2025
CGIA di Mestre — Report assunzioni lavoratori stranieri 2025
Fondazione Leone Moressa — Lavoratori dipendenti extracomunitari in Italia 2025



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