Razzismo in Italia e sui social: un Paese che odia a suon di clic
- Anche la Pecora Pensa

- 11 ore fa
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Razzismo in Italia: quello che i numeri dicono e che preferiamo non sentire.
C'è un momento preciso in cui il razzismo in Italia smette di essere un problema teorico e diventa una cosa che puoi misurare, pesare, geolocalizzare. Quel momento è quando apri X, scrivi una parola qualunque legata agli immigrati o ai musulmani, e ti rendi conto che metà di quello che leggi non è opinione. È odio. Puro, documentato, ripetuto ogni giorno come un rito.
Il razzismo in Italia esiste. Questo lo sappiamo. Ma quello che forse non sappiamo abbastanza, o che facciamo finta di non sapere, è che i social media lo hanno trasformato. Lo hanno industrializzato. Lo hanno reso accessibile a chiunque abbia uno smartphone e cinque minuti liberi tra un caffè e l'altro.
Partiamo dai numeri, che fanno sempre un certo effetto. L'ottava edizione della Mappa dell'Intolleranza, presentata a marzo 2025 da Vox Diritti in collaborazione con le università di Milano, Bari, Roma e con il supporto tecnologico di The Fool, ha analizzato i contenuti pubblicati su X nel periodo gennaio-novembre 2024. I ricercatori hanno mappato e classificato i discorsi d'odio in sei categorie: misoginia, antisemitismo, islamofobia, xenofobia, abilismo, omotransfobia. Quello che è venuto fuori non è confortante. L'antisemitismo è passato dal 6,59% di due anni fa al 27% attuale. La xenofobia ha raggiunto l'11% dei tweet analizzati. L'islamofobia è cresciuta di cinque punti percentuali. E le donne, su tutto questo, rappresentano la metà delle persone colpite dall'hate speech totale. La metà.
Non sono dati astratti. Sono tweet reali, scritti da persone reali, spesso con nome e cognome bene in vista nel profilo. Non c'è nemmeno più la vergogna dell'anonimato che una volta forse teneva a freno qualcuno.
I picchi di odio, spiega il report, coincidono quasi sempre con eventi specifici. La morte di Ramy Elgaml a Milano, inseguito dai carabinieri, ha scatenato un'ondata di messaggi contro migranti e musulmani. La Giornata internazionale per l'eliminazione della discriminazione razziale, paradossalmente, è uno dei momenti in cui aumentano le aggressioni verbali online. Come se la ricorrenza stessa fosse un invito a rispondere con il contrario di quello che la giornata vuole celebrare. La logica del contrarian portata all'estremo.
Il meccanismo, se ci penso, non dovrebbe sorprenderci. I social media non sono uno specchio neutro della società. Sono una macchina costruita per amplificare le emozioni più forti, e tra le emozioni umane, la paura e il risentimento sono tra le più potenti. Un algoritmo non distingue tra indignazione giusta e odio travestito da opinione. Vede engagement, punto. Se un post razzista ottiene più interazioni di un post sulla ricetta della pasta al forno, l'algoritmo lo spinge. Semplice. Brutale. Efficace.
Questo è il contesto in cui dobbiamo leggere i dati italiani. L'indagine IPSOS-Amref del 2024 dice che sette italiani su dieci ritengono che in Italia le persone di origine africana siano soggette a episodi di razzismo e discriminazione spesso o molto spesso. Sette su dieci. Non è una minoranza oltranzista a pensarlo. È la maggioranza del paese che riconosce il problema, almeno a parole. Poi però su X succede quello che succede, e bisogna ammettere che tra riconoscere un problema e non contribuire ad alimentarlo c'è una distanza che molti non riescono o non vogliono colmare.
Il rapporto ECRI, pubblicato nell'ottobre 2024 dalla Commissione europea contro il razzismo e l'intolleranza, ha analizzato la situazione italiana fino all'aprile di quell'anno. Il documento evidenzia progressi in alcune aree, ma segnala preoccupazioni che tornano puntuali: profilazione razziale da parte delle forze dell'ordine, difficoltà di integrazione, narrazioni politiche e mediatiche che contribuiscono alla stigmatizzazione delle minoranze. Non è un documento scritto da attivisti di sinistra. È un organo di monitoraggio del Consiglio d'Europa. Il tipo di fonte che, di solito, viene ascoltata. In teoria.
Il Barometro dell'Odio di Amnesty International, al suo settimo anno di pubblicazione, ha rilevato che nel 2023 i contenuti offensivi, discriminatori o che costituiscono vero e proprio hate speech sono cresciuti fino al 15,3%, rispetto a una soglia che si era mantenuta intorno al 10% per anni. Tra questi, i contenuti che incitano direttamente all'odio, alla discriminazione e alla violenza hanno superato il 3% del totale analizzato. Il tema che genera la maggiore incidenza di hate speech, anno dopo anno, rimane quello dell'immigrazione. Non stupisce. Da anni la comunicazione politica italiana sull'immigrazione ha abbassato il livello del discorso pubblico, normalizzando espressioni che prima sarebbero state inaccettabili in bocca a chi ricopre incarichi istituzionali. Quando la soglia si abbassa dall'alto, si abbassa in tutto il sistema.
C'è un aspetto che trovo particolarmente interessante, e anche un po' deprimente, nel modo in cui il razzismo si manifesta oggi sui social italiani. Non è sempre esplicito. Non è sempre il classico insulto razziale che ti fa venire voglia di chiudere il browser e andare a fare una passeggiata. Sempre di più è sottile. È il "sì ma non tutti", è il "capisco il problema ma", è la retorica del "sostituzione etnica" trattata come analisi demografica seria, è la banalizzazione di storie di violenza contro stranieri accompagnata da un "beh, qualcosa avranno fatto". È quello che la ricerca chiama, con un termine preciso, razzismo democratico: la versione presentabile, la versione che non si vede subito, la versione che si difende dietro la libertà di espressione.
I social amplificano anche questo. Forse soprattutto questo, perché il razzismo esplicito viene ancora rimosso, segnalato, denunciato. Quello implicito vola basso, sfugge ai filtri, accumula like.
Ho letto da qualche parte che uno degli effetti più documentati dell'esposizione prolungata all'hate speech online non riguarda solo chi lo subisce, ma anche chi lo vede passare senza reagire. Si chiama effetto di bystander, e funziona online come funziona offline. Più vedi gente che insulta qualcuno senza conseguenze, più quella norma diventa accettabile. Più diventa accettabile, più si diffonde. È un loop. I social media l'hanno reso tremendamente efficiente.
Non voglio chiudere questo pezzo con l'ennesima lista di cose che bisognerebbe fare. Le sappiamo già: più moderazione sulle piattaforme, più educazione digitale nelle scuole, più responsabilità dei politici nel linguaggio che usano. Lo sappiamo. Il problema è che sapere non basta se poi ognuno di noi, nel momento in cui vede un commento razzista su Facebook sotto la notizia dell'ennesimo sbarco, decide che non vale la pena rispondere, segnalare, fare qualcosa. Perché è tardi, perché ci sono cento commenti, perché tanto non cambierà niente.
Forse è proprio questo il punto. Il razzismo in Italia, sui social e non solo, sopravvive anche grazie al silenzio di chi non è razzista. È una riflessione scomoda, me ne rendo conto. Ma scomoda non vuol dire sbagliata.
✍️ Anche la Pecora pensa
📌 Fonti
Vox Diritti — Mappa dell'Intolleranza 8, ottava edizione (marzo 2025), in collaborazione con Università degli Studi di Milano, Università di Bari Aldo Moro, Sapienza Università di Roma
Amnesty International Italia — Barometro dell'Odio, settima edizione (2024)
ECRI — Sesto rapporto sull'Italia, Commissione europea contro il razzismo e l'intolleranza (ottobre 2024)
IPSOS-Amref — Africa e Salute: l'opinione degli italiani, terza edizione (2024)
La Via Libera — Odio all'italiana, su X un milione di tweet violenti (aprile 2025)
Rete Contro l'Odio — Mappa dell'Intolleranza 8: l'odio online cresce e si trasforma (marzo 2025)



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