Robot umanoide al lavoro 200 ore di fila: cosa stavamo festeggiando davvero?
- Anche la Pecora Pensa

- 27 mag
- Tempo di lettura: 3 min

Lavoro e intelligenza artificiale — Quando festeggiamo un robot che ha fatto il lavoro di un uomo, qualcosa si è rotto per sempre.
C'è una storia che nelle ultime settimane ha fatto il giro del mondo — e che dice qualcosa di preciso su dove stiamo andando. Rose è un robot umanoide al lavoro in un magazzino della Figure, azienda statunitense nel settore della robotica. Modello F.03. Per duecento ore consecutive ha smistato pacchi su un nastro trasportatore — pacchi rossi, lilla, neri, gialli — girandoli in modo che il codice a barre fosse rivolto verso il basso per essere letto da una macchina alla fine del nastro. Duecentoquarantanovemila cinquecentosessanta pacchi, per la precisione. Senza pause. Senza malattia. Senza ferie. Senza sindacato. Senza contratto. Senza straordinari. Senza lamentarsi del turno di notte. Senza andare in bagno.
E alla fine — all'ultima ora, all'ultimo minuto — una folla di dipendenti di Figure si è radunata dietro il vetro per festeggiare. Hanno stappato una bottiglia di spumante. L'hanno spruzzata sul robot. Rose si è spenta lentamente, bagnata di bollicine, mentre gli umani applaudivano.
Qualcuno mi spieghi cosa stavamo festeggiando esattamente.
Ma non è ancora la parte più interessante. La parte più interessante — quella che dice davvero tutto — è che per settimane migliaia di persone in tutto il mondo hanno seguito la diretta streaming di Rose, Bob, Frank, Gary e Jim mentre lavoravano in fabbrica. Una diretta. Di robot. Che smistano pacchi. In tempo reale. Migliaia di persone. Che guardavano. Volontariamente. Con il caffè in mano. Come se fosse una partita di calcio.
Li hanno chiamati con i nomi. Rose. Bob. Frank. Gary. Jim. Non Unità 1, Unità 2, Unità 3. Perché dare un nome a qualcosa cambia tutto. Ti fa affezionare. Ti fa guardare. Ti fa tifare. Ti fa stappare lo spumante quando raggiunge le duecento ore. E noi — noi che siamo l'unica specie sul pianeta capace di costruire cattedrali e scrivere sonate — eravamo lì, affacciati allo schermo come gli umarell di tutta la vita si affacciano al cantiere. Solo che il cantiere era un magazzino. E gli operai erano androidi.
Rose non si stanca. Rose non si ammala. Rose non chiede aumenti. Rose non ha famiglia da mantenere. Rose non scioperava e non sciopererà mai. Costa tanto, all'inizio — ma poi lavora duecento ore di fila senza fiatare e smista quasi duecentocinquantamila pacchi. Fatevi i conti da soli. E fateveli per bene, perché quei conti parlano di un futuro che è già presente.
C'era qualcuno, prima di Rose, che girava quei pacchi su quel nastro. Qualcuno con un nome anche lui — ma non scritto sul comunicato stampa. Non trasmesso in diretta streaming. Non festeggiato con lo spumante. Qualcuno che andava in bagno, guardava il telefono, si lamentava del turno, aveva un contratto, prendeva uno stipendio, aveva una famiglia, aveva stanchezza, aveva paura. Quel qualcuno adesso dove è?
Nessuno ha stappato lo spumante per lui.
Un robot umanoide al lavoro duecento ore di fila è una notizia tecnologica. Ma è anche qualcos'altro — è uno specchio. E quello che riflette non è Rose. Siamo noi. Noi che guardiamo, che tifiamo, che ci affezionamo, che applaudiamo. Mentre qualcuno — in carne e ossa, con un mutuo e una famiglia — raccoglie le sue cose e se ne va senza che nessuno gli stacchi una bottiglia di spumante.
La domanda non è se i robot ci ruberanno il lavoro. Quella è una domanda vecchia, già fatta mille volte, sempre rimandando il problema a un futuro comodo da non immaginare. La domanda è più scomoda. Mentre guardavamo Rose lavorare in diretta streaming — affezionandoci a lei, dandole un nome, festeggiandola — stavamo guardando il futuro o stavamo guardando noi stessi sparire?
Forse entrambe le cose insieme.
Rose si è spenta. Gli umani hanno applaudito. E qualcuno, da qualche parte, ha cominciato a farsi domande. Le stesse che avremmo dovuto farci un po' prima — prima dello spumante, prima dei nomi, prima di affezionarci a qualcosa che non ha bisogno di noi per andare avanti.
✍️ Anche la Pecora Pensa


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