2045: Anno zero del lavoro umano
- Anche la Pecora Pensa

- 6 giorni fa
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Stavo girando in rete, da una parte all'altra dell'Atlantico, e mi sono fermato su un articolo del Guardian che mi ha tolto il sonno.
Lo so già cosa state pensando. Un'altra storia sull'intelligenza artificiale che ci ruba il lavoro. Un'altra profezia tecnologica di qualche esperto americano con un think tank dal nome futuristico e una slide PowerPoint piena di grafici ascendenti. Ho pensato la stessa cosa quando ho cliccato sul link. Poi ho letto. E mi sono fermato. Perché questa volta qualcosa è diverso. Questa volta si parla seriamente di anno zero del lavoro umano — e la data indicata è il 2045. Vent'anni. Una generazione.
L'articolo è sul Guardian, lo metto qui: Futurist Adam Dorr on how robots will take our jobs. Leggetelo. Poi tornate, che ho qualcosa da dire.
L'uomo si chiama Adam Dorr.
Dirige la ricerca di RethinkX, un think tank di San Francisco che studia le grandi discontinuità tecnologiche — non quelle che aggiustano qualcosa, quelle che buttano giù tutto e ricostruiscono da zero. La sua tesi, consegnata con la serenità quasi clinica di chi ha già fatto i conti, è questa: entro il 2045 la quasi totalità dei lavori umani sarà spazzata via da robot e intelligenza artificiale. Non una parte. Non i lavori più noiosi o ripetitivi. La quasi totalità. Dalla logistica alla contabilità, dall'assistenza clienti alla medicina, dall'analisi dati al diritto. Tutto.
Dorr e il suo team hanno studiato oltre 1.500 trasformazioni tecnologiche nella storia. E in quasi tutti i casi il pattern è identico: la tecnologia nuova arriva piano, prende una piccola fetta di mercato, sembra gestibile, poi in un arco di 15-20 anni travolge tutto. È successo con le auto e i cavalli. Con il LED e le lampade a incandescenza. Con la fotografia digitale e i rullini Kodak. Ogni volta c'è stato un momento in cui la cosa nuova sembrava un giocattolo per entusiasti, e poi un mattino ti sei svegliato e la cosa vecchia non esisteva più.
"Siamo i cavalli. Siamo le pellicole fotografiche."
Questa frase me la sono riletta tre volte. Non perché sia nuova — l'idea che l'automazione sostituisca il lavoro umano circola da almeno vent'anni. Me la sono riletta perché stavolta non parla di operai in fabbrica o cassieri al supermercato. Parla di tutti. Parla di chi fa il medico, l'avvocato, l'analista finanziario, il giornalista — quelle categorie che si sono sempre sentite al sicuro perché il loro lavoro richiedeva intelligenza, giudizio, creatività. I cavalli non pensavano di essere sostituibili neanche loro. Tiravano carri, trasportavano merci, andavano in battaglia. Erano insostituibili. Poi è arrivato il motore a scoppio e nel giro di trent'anni erano quasi spariti dalle strade.
Ma c'è una frase nell'articolo del Guardian che mi ha fermato più di tutte le altre, e non è quella dei cavalli. È questa:
"In alcuni settori ci sarà un interregno durante il quale gli esseri umani potranno lavorare efficacemente insieme ai robot, proprio come nel periodo in cui i grandi maestri di scacchi collaboravano con i programmi di scacchi, ma prima o poi gli esseri umani saranno solo d'intralcio."
D'intralcio.
Non obsoleti, non ridistribuiti, non riqualificati. D'intralcio. Come quel collega che rallenta le riunioni perché non ha ancora capito come funziona il nuovo gestionale. Solo che il collega saremmo noi. Tutta l'umanità che lavora. Quattro miliardi di persone che un giorno si sveglieranno e scopriranno di essere, nell'equazione produttiva globale, una variabile da eliminare.
Qui smetto di essere ironico.
Davvero, per un momento.
Il lavoro non è mai stato solo reddito e questo è il punto cieco di quasi tutto il dibattito sull'automazione. Il lavoro è identità. È struttura. È il modo in cui la maggior parte degli esseri umani risponde alla domanda più difficile che esista: chi sono io? Togli il lavoro e quella domanda rimane sospesa nell'aria senza risposta. La grande maggioranza delle persone si presenta al mondo dicendo sono un medico, sono un camionista, sono un insegnante, sono un falegname. Non: sono una persona che ama la letteratura giapponese e cucina bene il risotto. Prima viene il lavoro. Sempre.
Da sempre.
La depressione da disoccupazione non è una metafora romantica. È una patologia documentata, studiata, misurata. Quando le persone perdono il lavoro non perdono solo uno stipendio — perdono l'agenda, la routine, il motivo per alzarsi la mattina, il senso di appartenere a qualcosa, la risposta alla domanda chi sono io. E stiamo parlando di disoccupazione individuale, locale, temporanea. Non di disoccupazione di massa planetaria e permanente.
Dorr ha una risposta a questo problema esistenziale, e qui torno ironico perché non posso farne a meno — la risposta è gli aristocratici.
Testuale: la piccola parte della società che in passato non aveva bisogno di lavorare, come gli aristocratici, fornirà indicazioni su come riempire il tempo.
Gli aristocratici. Come modello di vita per quattro miliardi di persone. Quelli che cacciavano la volpe il martedì e si annoiavano nei salotti il mercoledì mentre qualcun altro — servo, contadino, operaio — lavorava per mantenerli. Il modello aristocratico come blueprint dell'umanità post-lavoro. È un'idea insieme affascinante e rivelatrice, perché mostra con precisione il limite di certi pensatori che vivono in un mondo dove la povertà è un concetto astratto e il problema principale dell'esistenza è la realizzazione personale.
Quel modello funzionava perché c'era qualcuno in fondo alla piramide che produceva la ricchezza che i piani alti consumavano. Nel 2045 quel qualcuno saranno le macchine. Ma le macchine appartengono a qualcuno. E quel qualcuno, al momento, non sembra essere quattro miliardi di persone.
I lavori che sopravvivranno, secondo Dorr, sono quelli il cui valore dipende dall'apporto specificamente umano: allenatori sportivi, politici, professionisti del sesso, esperti di etica. Noto con un certo divertimento che ha messo i politici e i professionisti del sesso nella stessa categoria — e non aggiungo niente, la cosa si commenta da sola. Il punto però è un altro: non ci sono abbastanza di questi lavori per quattro miliardi di persone. Dorr lo dice esplicitamente. Quindi anche nell'ipotesi più ottimistica — quella in cui la tecnologia produce abbondanza, la ricchezza viene distribuita equamente e tutti hanno da mangiare senza lavorare — resta aperta la domanda che nessun algoritmo può risolvere. Cosa facciamo tutto il giorno? Non nel senso pratico. Nel senso profondo. Cosa ci dà senso? Cosa ci fa sentire necessari, utili, parte di qualcosa di più grande di noi?
La domanda su come distribuire la ricchezza prodotta dall'automazione è quella che l'articolo del Guardian sfiora senza mai affrontare davvero. Dorr parla di nuove strutture proprietarie, di distribuzione equa, di modelli open source applicati all'economia — ma con quella vaghezza elegante di chi sa che il problema esiste e non ha ancora la risposta. "Non ho le risposte. Non sappiamo nemmeno se abbiamo le domande giuste." Onesto, almeno. Raro, in un futurologo americano ottimista.
Il 2045 è tra diciannove anni. I bambini che nascono oggi lavoreranno — o non lavoreranno — in quel mondo. E noi stiamo ancora discutendo se il reddito di cittadinanza sia una buona idea, mentre Amazon si avvicina a un rapporto uno a uno tra lavoratori umani e robot nelle sue catene logistiche. Non è fantascienza. È la nota trimestrale di un'azienda quotata in borsa.
Chiudo con l'ultima frase di Dorr, quella che trovo più inquietante non per quello che dice ma per come lo dice, con quella serenità da entomologo che osserva gli insetti senza esserne toccato: "Questa potrebbe essere una delle cose più straordinarie mai accadute all'umanità."
Potrebbe. Dipende da chi arriva al 2045 con le macchine in mano.
Al momento, non sembra che siano i quattro miliardi.
✍️ Anche la Pecora pensa
📌 Fonti
Adam Dorr / RethinkX — Futurist Adam Dorr on how robots will take our jobs, The Guardian, 9 luglio 2025: https://www.theguardian.com/technology/2025/jul/09/futurist-adam-dorr-robots-ai-jobs-replace-human-labour
beppegrillo.it — 2045: anno zero del lavoro umano, luglio 2025



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