Privacy Policy Cookie Policy
top of page
  • Facebook
  • Instagram
  • Twitter
  • Youtube
  • discussioni

Risultati di ricerca

24 risultati trovati con una ricerca vuota

  • L'onda che verrà: l'intelligenza artificiale è già qui e non ha chiesto permesso

    L'intelligenza artificiale è già dentro casa tua. Tu pensavi stesse ancora bussando. C'è un libro che ho letto di recente e che mi ha lasciato con quella sensazione strana che ti prende quando qualcuno ti descrive la tua casa nei minimi dettagli, stanza per stanza, e tu non l'hai mai incontrato prima. Si chiama L'onda che verrà, lo ha scritto Mustafa Suleyman — uno dei fondatori di DeepMind, la divisione intelligenza artificiale di Google, poi passato a Microsoft — e non è il solito libro sull'IA che ti promette il paradiso o l'apocalisse a seconda di quante copie vuole vendere. È qualcosa di più fastidioso: una descrizione precisa di quello che sta già succedendo, adesso, mentre tu sei convinto che il futuro sia ancora da qualche altra parte. Suleyman lo dice chiaro: l'intelligenza artificiale ha smesso di essere una demo. Non è più quella roba che vedi nelle fiere tecnologiche dove un robot ti porta il caffè e tutti applaudono. È già dentro i prodotti che usi ogni giorno, dentro i servizi che dai per scontati, dentro i dispositivi che tieni in tasca senza pensarci. Il sistema che ha ridotto del 40% il consumo energetico dei datacenter da un miliardo di dollari — roba che scalda il pianeta come una piccola città — l'ha fatto un algoritmo, non un ingegnere che lavorava gli straordinari. WaveNet, un altro progetto DeepMind, genera voci sintetiche in oltre cento lingue talmente convincenti che a volte non capisci più se stai parlando con qualcuno o con qualcosa. La batteria del tuo telefono dura quello che dura anche grazie a sistemi di intelligenza artificiale che ottimizzano i consumi in tempo reale. Spotify sa cosa vuoi ascoltare prima che tu lo sappia. La tua banca blocca la truffa prima che tu te ne accorga. Il medico che fatica a visitarti in tempi umani viene affiancato — già oggi, in alcuni ospedali — da sistemi che diagnosticano malattie rare incrociando dati che nessun essere umano riuscirebbe a tenere in testa contemporaneamente. Tutto questo non è fantascienza. È già qui. Ed è solo il piano terra. Perché Suleyman descrive anche quello che sta arrivando, e non usa mezzi termini: sistemi sensoriali efficienti come i nostri, IA capaci di agire nel mondo reale non solo di parlarne, tecnologie che diventeranno parte del tessuto sociale nel giro di qualche anno. Non superintelligenza nel senso cinematografico — niente Terminator, niente HAL 9000 — ma qualcosa forse più difficile da gestire proprio perché non fa paura: sistemi incredibilmente potenti, diffusi ovunque, talmente integrati nella vita quotidiana da diventare invisibili. E le cose invisibili sono quelle che governano meglio, perché non le vedi abbastanza a lungo da farti venire voglia di controllarle. Il problema non è tecnologico. Il problema è che mentre l'intelligenza artificiale trasforma la sanità, l'energia, i trasporti, l'istruzione, la giustizia e l'economia globale, il dibattito pubblico su questi temi oscilla tra chi pensa che ChatGPT stia rubando il lavoro ai poeti e chi è convinto che sia tutta una bufala inventata da Elon Musk per fare soldi. Nel mezzo, nel silenzio di quel vuoto culturale enorme, qualcuno sta prendendo decisioni che riguardano tutti — su come questi sistemi vengono addestrati, su chi li controlla, su quali valori incorporano, su chi paga il prezzo quando sbagliano. E quella gente non ti ha chiesto l'opinione. Non perché sia cattiva. Perché tu eri occupato a fare altro. Suleyman chiude con una frase secca: "La IA è già qui. Ma c'è ancora molta strada da fare." Ha ragione su entrambe le cose. La strada però non la costruisce da sola. E finché restiamo spettatori convinti che lo spettacolo cominci dopo, quella strada la costruiscono altri — per noi, intorno a noi, senza di noi. ✍️ Anche la Pecora pensa 📌 Fonti Mustafa Suleyman, Michael Bhaskar — L'onda che verrà, 2024 beppegrillo.it — estratto pubblicato il 17 luglio 2024

  • Razzismo a Castano Primo: dal Villaggio Apache ai pakistani, settant'anni di storia uguale

    Quando il Nemico Cambia Ma l'Odio No: Castano Primo e il Razzismo che Si Rinnova a Ogni Generazione C'è un esperimento mentale che faccio ogni volta che leggo certi commenti su Facebook. Immagino di prendere quegli stessi commenti, cambiarci dentro la parola "pakistano" con "calabrese", e rileggerli. Il risultato è sempre lo stesso: funzionano alla perfezione. Stessa struttura, stessa logica, stessa paura vestita da indignazione civile. Il razzismo a Castano Primo non è un fenomeno nuovo, non è una risposta all'immigrazione straniera, non è nato con i barconi o con le moschee. Ha settant'anni buoni, e nel corso di quei settant'anni ha cambiato bersaglio con una precisione che quasi fa ammirazione. Mercoledì 27 maggio 2026, Giuseppe Pignatiello — già sindaco di Castano Primo, oggi consigliere di minoranza — pubblica sulla sua pagina Facebook un messaggio di auguri per l'Eid al-Adha, la Festa del Sacrificio islamica. Scrive: "Buon Eid al-Adha a tutta la nostra comunità." Due righe. Forse tre. Il tono è quello di chi fa gli auguri di Pasqua ai vicini di casa. Nel giro di poche ore, quella bacheca sembrava la battaglia della Marna. Il razzismo a Castano Primo ha un copione: e lo conoscete già Il post dell'Eid ha riaperto una ferita che a Castano Primo non si è mai davvero chiusa. Nei commenti di mercoledì c'era di tutto: chi accusava Pignatiello di vergognarsi, chi avvertiva che presto le donne avrebbero dovuto girare col burqa, chi lo definiva "islamizzato convinto." E c'era — conserviamolo come si conserva un reperto archeologico — un utente che ha attraversato l'intero thread partendo dall'Islam e atterrando, con traiettoria imprevedibile, sull'odio per i trentini. Ma il post di mercoledì non è che l'ultimo episodio di una storia più lunga. Nei mesi scorsi qualcuno aveva già definito i pakistani di Castano "quelli coi pigiami" — il shalwar kameez, l'abito tradizionale dell'Asia meridionale, indossato da un miliardo e mezzo di persone senza che il mondo collassi. Qualcun altro aveva dichiarato senza troppi giri di parole che a Castano gli stranieri "non sono i benvenuti, non siamo aperti." Qualcuno aveva persino detto che girare per le strade del paese sembrava essere a Baghdad 🇮🇶 — Baghdad, capitale dell'Iraq, che con il Pakistan 🇵🇰 condivide la religione islamica e poco altro, essendo i due paesi separati da migliaia di chilometri, culture diverse, lingue diverse, storie diverse. Ma in certi ragionamenti la geografia è un dettaglio trascurabile. Presi insieme, questi episodi raccontano qualcosa di preciso: il razzismo a Castano Primo non esplode per caso. Cova, aspetta, e trova sempre un'occasione per venire a galla. Il meccanismo lo conoscete. Prima erano i meridionali — rubavano il lavoro, non si integravano, portavano malattie, abbassavano il livello del quartiere. Poi gli albanesi. Poi i rumeni. Adesso tocca ai pakistani. Il nemico si aggiorna ogni generazione, come un sistema operativo. Il codice sorgente non cambia mai. Razzismo a Castano Primo: la storia scritta su Wikipedia E qui arriva il pezzo che nessuno a Castano sembra ricordare, ma che sta scritto nero su bianco perfino su Wikipedia, alla voce del Comune. Negli anni del boom economico, Castano Primo visse una massiccia ondata migratoria. Non dall'Asia. Non dall'Africa. Dal Sud Italia 🇮🇹. Calabresi, siciliani, campani che salivano a cercare lavoro nelle fabbriche del milanese, che lasciavano le loro terre per costruirsi una vita in una città che non li voleva particolarmente. Dove li misero? In un quartiere di case popolari che i castanesi dell'epoca battezzarono — con quella sensibilità tutta padana — "Villaggio Apache." Apache. Come i selvaggi. Come i pericolosi. Come quelli che vengono da fuori e non capiranno mai come funzionano le cose qui. Oggi quei meridionali sono "noi." I loro figli e nipoti sono castanesi a pieno titolo, con la tessera della Pro Loco e il diritto di lamentarsi dei pakistani che non si integrano. La memoria è corta come sempre. Il meccanismo è lungo come sempre. E il razzismo a Castano Primo ha trovato il modo di sopravvivere a se stesso rinnovandosi continuamente, come certi funghi che cambiano colore ma restano velenosi. Vorrei tanto sapere cosa pensavano i nonni dei commentatori più accesi, quando arrivarono al Nord con la valigia di cartone e il vestito della domenica, e trovarono i cartelli "non si affitta ai meridionali" sulle porte dei palazzi. Vorrei tanto saperlo. Ma non lo saprò mai, perché quella storia è scomoda e non si racconta. Il centro islamico di Castano Primo: dodici anni di razzismo a Castano Primo istituzionalizzato Mentre i commenti scorrono veloci su Facebook, vale la pena fermarsi un momento su quello che è successo in questa città negli ultimi dodici anni. Perché il razzismo a Castano Primo non è solo chiacchiere da social. A volte prende la forma di una delibera comunale. La comunità musulmana di Castano Primo conta circa 2.000 persone. Di queste, 400 hanno la cittadinanza italiana. Sono, a tutti gli effetti, castanesi. Dal 2013, l'associazione culturale Madni cercava uno spazio dove potersi riunire, studiare la lingua urdu, e — diciamolo chiaramente — pregare. Niente di rivoluzionario. Una sala. Quattro muri. Un posto dove stare insieme. Quello che è successo dopo assomiglia a una telenovela kafkiana. Il Comune ha concesso il permesso, poi lo ha ritirato, poi ha perso il ricorso al TAR, poi ha fatto un altro tentativo, poi ha perso di nuovo, poi è stato condannato a pagare le spese legali. La Lega locale ha esultato ogni volta che sembrava di bloccare tutto, salvo poi dover ingoiare ogni sentenza. Alla fine il Consiglio di Stato, nell'aprile 2025, ha messo il punto definitivo: la comunità islamica aveva ragione, il Comune aveva torto, il centro si fa. Il centro ha aperto il 27 giugno 2025. All'inaugurazione, il sindaco di centrodestra Roberto Colombo si è presentato senza fascia tricolore, scortato dalle forze dell'ordine, senza stringere la mano a nessuno. Se c'era un modo per comunicare il proprio disprezzo pur essendo fisicamente presenti, il sindaco lo ha trovato. Chapeau, come direbbero i francesi 🇫🇷 — o forse no, i francesi non vanno tanto di moda da quelle parti. Dodici anni. Per una sala dove pregare. Dodici anni di ricorsi, delibere, sentenze, spese legali, dichiarazioni alla stampa, e alla fine il risultato è stato esattamente quello che sarebbe stato nel 2013 se qualcuno avesse avuto la decenza di dire sì subito. Pignatiello, i trentini, e la fine della storia Torniamo al post di Pignatiello. L'ex sindaco — lo stesso che da primo cittadino aveva cercato di dare il permesso per il centro islamico, subendo anni di opposizione politica feroce — scrive due righe di auguri e si ritrova sotto una valanga di commenti che avrebbe potuto prevedere parola per parola. Ha risposto a tutto. A ogni commento, con ogni controreplica, con una pazienza certosina che sinceramente invidio. Ha spiegato, argomentato, citato la storia, difeso le sue posizioni. Qualcuno lo ha definito "islamizzato". Qualcuno gli ha detto di vergognarsi. Qualcuno ha tirato in ballo sua figlia. Lui ha continuato a rispondere. Io, lo dico senza vergogna, dopo il quinto commento avrei già disattivato le notifiche, chiuso il computer, e fatto una lunga passeggiata nel bosco più vicino. Il punto, però, non è Pignatiello. Il punto non è nemmeno la Festa del Sacrificio, o il centro islamico, o i shalwar kameez scambiati per pigiami. Il punto è quello che emerge con chiarezza cristallina ogni volta che a Castano Primo — o in qualsiasi altra cittadina del Nord Italia con una storia simile — qualcuno ha il coraggio di dire una cosa ovvia: che i nuovi arrivati sono persone, che hanno diritti, che meritano rispetto. Il punto è la reazione. Sempre uguale. Sempre identica a se stessa. Prevedibile come il meteo di novembre. Il razzismo a Castano Primo non è una risposta a qualcosa. Non è provocato dai pakistani, non è causato dall'Eid al-Adha, non nasce dai centri islamici. Esiste indipendentemente dal bersaglio. Ha bisogno di un bersaglio, certo — ma quale bersaglio è quasi irrilevante. Quando i pakistani non ci saranno più, o quando saranno finalmente "integrati" e quindi accettabili, ci sarà già qualcun altro. C'è sempre qualcun altro. Lo insegna il Villaggio Apache. Lo insegna la storia. Lo insegna anche quell'utente che ha attraversato mezzo thread di commenti islamofobi e ha trovato il modo di chiudere odiando i trentini. Settant'anni e non sentirli. ✍️ Anche la Pecora Pensa 📌 Fonti Wikipedia — voce Castano Primo Malpensa24 — Il TAR apre al centro culturale islamico di Castano Primo, agosto 2020 Malpensa24 — Castano Primo: nuova vittoria al TAR dell'associazione Madni, giugno 2021 Malpensa24 — Castano, ci siamo: apre il centro culturale islamico, giugno 2025 L'Altomilanese — Castano Primo, opposizioni contro Colombo sul centro islamico, luglio 2025 Pagina Facebook di Giuseppe Pignatiello — post del 27 maggio 2026

  • 2045: Anno zero del lavoro umano

    Stavo girando in rete, da una parte all'altra dell'Atlantico, e mi sono fermato su un articolo del Guardian che mi ha tolto il sonno. Lo so già cosa state pensando. Un'altra storia sull'intelligenza artificiale che ci ruba il lavoro. Un'altra profezia tecnologica di qualche esperto americano con un think tank dal nome futuristico e una slide PowerPoint piena di grafici ascendenti. Ho pensato la stessa cosa quando ho cliccato sul link. Poi ho letto. E mi sono fermato. Perché questa volta qualcosa è diverso. Questa volta si parla seriamente di anno zero del lavoro umano — e la data indicata è il 2045. Vent'anni. Una generazione. L'articolo è sul Guardian, lo metto qui: Futurist Adam Dorr on how robots will take our jobs. Leggetelo. Poi tornate, che ho qualcosa da dire. L'uomo si chiama Adam Dorr. Dirige la ricerca di RethinkX, un think tank di San Francisco che studia le grandi discontinuità tecnologiche — non quelle che aggiustano qualcosa, quelle che buttano giù tutto e ricostruiscono da zero. La sua tesi, consegnata con la serenità quasi clinica di chi ha già fatto i conti, è questa: entro il 2045 la quasi totalità dei lavori umani sarà spazzata via da robot e intelligenza artificiale. Non una parte. Non i lavori più noiosi o ripetitivi. La quasi totalità. Dalla logistica alla contabilità, dall'assistenza clienti alla medicina, dall'analisi dati al diritto. Tutto. Dorr e il suo team hanno studiato oltre 1.500 trasformazioni tecnologiche nella storia. E in quasi tutti i casi il pattern è identico: la tecnologia nuova arriva piano, prende una piccola fetta di mercato, sembra gestibile, poi in un arco di 15-20 anni travolge tutto. È successo con le auto e i cavalli. Con il LED e le lampade a incandescenza. Con la fotografia digitale e i rullini Kodak. Ogni volta c'è stato un momento in cui la cosa nuova sembrava un giocattolo per entusiasti, e poi un mattino ti sei svegliato e la cosa vecchia non esisteva più. "Siamo i cavalli. Siamo le pellicole fotografiche." Questa frase me la sono riletta tre volte. Non perché sia nuova — l'idea che l'automazione sostituisca il lavoro umano circola da almeno vent'anni. Me la sono riletta perché stavolta non parla di operai in fabbrica o cassieri al supermercato. Parla di tutti. Parla di chi fa il medico, l'avvocato, l'analista finanziario, il giornalista — quelle categorie che si sono sempre sentite al sicuro perché il loro lavoro richiedeva intelligenza, giudizio, creatività. I cavalli non pensavano di essere sostituibili neanche loro. Tiravano carri, trasportavano merci, andavano in battaglia. Erano insostituibili. Poi è arrivato il motore a scoppio e nel giro di trent'anni erano quasi spariti dalle strade. Ma c'è una frase nell'articolo del Guardian che mi ha fermato più di tutte le altre, e non è quella dei cavalli. È questa: "In alcuni settori ci sarà un interregno durante il quale gli esseri umani potranno lavorare efficacemente insieme ai robot, proprio come nel periodo in cui i grandi maestri di scacchi collaboravano con i programmi di scacchi, ma prima o poi gli esseri umani saranno solo d'intralcio." D'intralcio. Non obsoleti, non ridistribuiti, non riqualificati. D'intralcio. Come quel collega che rallenta le riunioni perché non ha ancora capito come funziona il nuovo gestionale. Solo che il collega saremmo noi. Tutta l'umanità che lavora. Quattro miliardi di persone che un giorno si sveglieranno e scopriranno di essere, nell'equazione produttiva globale, una variabile da eliminare. Qui smetto di essere ironico. Davvero, per un momento. Il lavoro non è mai stato solo reddito e questo è il punto cieco di quasi tutto il dibattito sull'automazione. Il lavoro è identità. È struttura. È il modo in cui la maggior parte degli esseri umani risponde alla domanda più difficile che esista: chi sono io? Togli il lavoro e quella domanda rimane sospesa nell'aria senza risposta. La grande maggioranza delle persone si presenta al mondo dicendo sono un medico, sono un camionista, sono un insegnante, sono un falegname. Non: sono una persona che ama la letteratura giapponese e cucina bene il risotto. Prima viene il lavoro. Sempre. Da sempre. La depressione da disoccupazione non è una metafora romantica. È una patologia documentata, studiata, misurata. Quando le persone perdono il lavoro non perdono solo uno stipendio — perdono l'agenda, la routine, il motivo per alzarsi la mattina, il senso di appartenere a qualcosa, la risposta alla domanda chi sono io. E stiamo parlando di disoccupazione individuale, locale, temporanea. Non di disoccupazione di massa planetaria e permanente. Dorr ha una risposta a questo problema esistenziale, e qui torno ironico perché non posso farne a meno — la risposta è gli aristocratici. Testuale: la piccola parte della società che in passato non aveva bisogno di lavorare, come gli aristocratici, fornirà indicazioni su come riempire il tempo. Gli aristocratici. Come modello di vita per quattro miliardi di persone. Quelli che cacciavano la volpe il martedì e si annoiavano nei salotti il mercoledì mentre qualcun altro — servo, contadino, operaio — lavorava per mantenerli. Il modello aristocratico come blueprint dell'umanità post-lavoro. È un'idea insieme affascinante e rivelatrice, perché mostra con precisione il limite di certi pensatori che vivono in un mondo dove la povertà è un concetto astratto e il problema principale dell'esistenza è la realizzazione personale. Quel modello funzionava perché c'era qualcuno in fondo alla piramide che produceva la ricchezza che i piani alti consumavano. Nel 2045 quel qualcuno saranno le macchine. Ma le macchine appartengono a qualcuno. E quel qualcuno, al momento, non sembra essere quattro miliardi di persone. I lavori che sopravvivranno, secondo Dorr, sono quelli il cui valore dipende dall'apporto specificamente umano: allenatori sportivi, politici, professionisti del sesso, esperti di etica. Noto con un certo divertimento che ha messo i politici e i professionisti del sesso nella stessa categoria — e non aggiungo niente, la cosa si commenta da sola. Il punto però è un altro: non ci sono abbastanza di questi lavori per quattro miliardi di persone. Dorr lo dice esplicitamente. Quindi anche nell'ipotesi più ottimistica — quella in cui la tecnologia produce abbondanza, la ricchezza viene distribuita equamente e tutti hanno da mangiare senza lavorare — resta aperta la domanda che nessun algoritmo può risolvere. Cosa facciamo tutto il giorno? Non nel senso pratico. Nel senso profondo. Cosa ci dà senso? Cosa ci fa sentire necessari, utili, parte di qualcosa di più grande di noi? La domanda su come distribuire la ricchezza prodotta dall'automazione è quella che l'articolo del Guardian sfiora senza mai affrontare davvero. Dorr parla di nuove strutture proprietarie, di distribuzione equa, di modelli open source applicati all'economia — ma con quella vaghezza elegante di chi sa che il problema esiste e non ha ancora la risposta. "Non ho le risposte. Non sappiamo nemmeno se abbiamo le domande giuste." Onesto, almeno. Raro, in un futurologo americano ottimista. Il 2045 è tra diciannove anni. I bambini che nascono oggi lavoreranno — o non lavoreranno — in quel mondo. E noi stiamo ancora discutendo se il reddito di cittadinanza sia una buona idea, mentre Amazon si avvicina a un rapporto uno a uno tra lavoratori umani e robot nelle sue catene logistiche. Non è fantascienza. È la nota trimestrale di un'azienda quotata in borsa. Chiudo con l'ultima frase di Dorr, quella che trovo più inquietante non per quello che dice ma per come lo dice, con quella serenità da entomologo che osserva gli insetti senza esserne toccato: "Questa potrebbe essere una delle cose più straordinarie mai accadute all'umanità." Potrebbe. Dipende da chi arriva al 2045 con le macchine in mano. Al momento, non sembra che siano i quattro miliardi. ✍️ Anche la Pecora pensa 📌 Fonti Adam Dorr / RethinkX — Futurist Adam Dorr on how robots will take our jobs, The Guardian, 9 luglio 2025: https://www.theguardian.com/technology/2025/jul/09/futurist-adam-dorr-robots-ai-jobs-replace-human-labour beppegrillo.it — 2045: anno zero del lavoro umano, luglio 2025

  • Dipendenza da Smartphone: siamo liberi o schiavi del touchscreen?

    Zombie digitali con il collo piegato: i numeri che non vorremmo vedere sulla nostra dipendenza da smartphone. C'era una volta l'uomo libero. Quello che camminava per strada guardando avanti, che si sedeva al bar e aspettava il caffè senza fare niente, che aspettava il treno fissando il binario come se fosse un'attività degna di esistenza. Oggi quell'uomo è una specie in estinzione. Al suo posto abbiamo qualcosa di diverso: una creatura con il collo piegato in avanti di circa 45 gradi, le dita che scorrono su un vetro, gli occhi fissi su uno schermo che emette luce blu anche alle tre di notte. Lo smartphone non è più uno strumento. È diventato un arto. E come tutti gli arti, quando te lo togli, fa male. I dati sulla dipendenza da smartphone sono quelli che sono, e non sono belli. Dal 2024 la media globale del tempo che le persone passano incollate al proprio telefono ha raggiunto le 4 ore e 16 minuti al giorno. Ogni giorno. Non in una settimana, non in un mese. Al giorno. Negli Stati Uniti si arriva a 4 ore e 49 minuti, cifra cresciuta in modo costante dal 2019, quando era "appena" di 3 ore e 45 minuti. Quindi stiamo peggiorando, non migliorando. In Italia siamo sui 2 ore e 57 minuti, che suona quasi virtuoso finché non ti rendi conto che fa quasi 3 ore al giorno di schermo, ogni giorno, per tutta la vita. In Polonia 3 ore e 5 minuti. In Canada e UK intorno alle 3 ore. Gli americani vincono questa gara che nessuno ha dichiarato di voler correre. Il record però appartiene ai ragazzi. I Gen Z — quelli nati tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila — passano in media oltre 6 ore al giorno con lo smartphone in mano. Sei ore. Che è più o meno un turno di lavoro, o una notte di sonno decente, o il tempo che ci vuole per leggere un romanzo di duecento pagine. Invece no: sei ore di scroll, di stories, di video da 30 secondi che si inseguono uno dopo l'altro in una catena senza fine e senza senso. Non li giudico, sia chiaro. Anch'io ci sono dentro. Stiamo tutti remando nella stessa direzione, solo che la corrente è fortissima e nessuno ci ha detto che stavamo entrando in un fiume. Ma cosa ci facciamo, con tutto questo tempo? Principalmente scrolliamo sui social. Quasi la metà del tempo totale passato sul cellulare finisce sui social media, con TikTok e Instagram che si confermano regine assolute della nostra attenzione. TikTok da solo riesce a catturare più di un'ora al giorno per chi ha meno di 25 anni. Un'ora. Per guardare video di gatti, balletti sincronizzati, ricette che non cucineremo mai e opinioni di persone che non conosceremo mai. Poi guardiamo video in streaming, che crescono in modo esponenziale — il consumo di video da mobile raddoppia ogni anno, ogni anno, senza eccezioni. E poi rispondiamo alle notifiche. O meglio, le controlliamo compulsivamente anche quando non ci sono: in media tocchiamo il telefono 58 volte al giorno. Cinquantotto. Ho provato a contarle una volta. Ho smesso dopo pranzo perché mi vergognavo di me stesso. La dipendenza da smartphone non è una metafora romantica o una lamentela da boomer. È un meccanismo preciso, ingegnerizzato con cura da team di psicologi, ingegneri e designer il cui unico obiettivo è tenerti incollato allo schermo il più a lungo possibile. Ogni notifica è una piccola scarica di dopamina. Ogni like è una ricompensa pavloviana. Il feed infinito è stato inventato apposta perché il cervello umano non sa quando fermarsi quando non c'è un segnale di fine. Non c'è un fondo. Scorri e scorri e scorri e il contenuto non finisce mai, e il cervello continua ad aspettare qualcosa di interessante che non arriva mai ma potrebbe arrivare al prossimo scroll. È lo stesso meccanismo delle slot machine. Non è un caso, è un progetto. Le piattaforme non sono progettate per intrattenerti. Sono progettate per non lasciarti andare. La differenza sembra sottile ma è enorme. Intrattenerti significa darti qualcosa di valore. Non lasciarti andare significa sfruttare le tue debolezze neurologiche per tenerti agganciato anche quando non stai ricevendo niente di valore. Guardati la prossima volta che apri Instagram senza motivo, lo scorri per due minuti, lo chiudi, lo riapri dopo trenta secondi. Non stai cercando qualcosa. Stai solo obbedendo a un impulso che qualcuno ha lavorato molto duramente per instillarti. Eppure esistono i ribelli. Una minoranza silenziosa e crescente di persone che ha deciso di staccare la spina, almeno parzialmente, e di tornare a vivere in modo un po' più analogico. Si chiamano digital detoxer e non sono matti né nostalgici patologici — sono semplicemente persone che hanno capito il meccanismo e hanno deciso di non partecipare più. Organizzazioni come la Digital Detox Foundation organizzano ritiri in luoghi remoti, senza rete e senza Wi-Fi, dove puoi finalmente scoprire — e per molti è una vera scoperta — che il noia esiste, che l'attesa esiste, che il silenzio esiste e non è una cosa da riempire per forza con uno schermo. Iniziative come Unplug e Time to Log Off hanno già migliaia di seguaci in tutto il mondo. Gente che si siede a tavola e guarda negli occhi le persone invece di fotografare il piatto. Un miracolo moderno, dicevo. E lo dico senza ironia, stavolta. Le persone che partecipano a questi ritiri raccontano quasi tutte la stessa cosa: i primi giorni sono difficili, quasi dolorosi, con una specie di ansia di fondo che non sai da dove viene. Poi passa. E al suo posto arriva qualcosa che molti di loro faticano a nominare perché ci hanno perso l'abitudine. Si chiama presenza. Essere presenti in un posto, con delle persone, senza una parte del cervello costantemente altrove. Alcuni di loro decidono di non tornare indietro, di ridurre drasticamente l'uso del telefono anche nella vita normale. Non spariscono dal mondo digitale — semplicemente smettono di lasciarlo comandare. Il paradosso più grottesco di questa storia è che per combattere la dipendenza da smartphone esistono apposite app. Ci penso spesso e mi fa ancora ridere. Chiediamo allo spacciatore di aiutarci a smettere. Scarichiamo qualcosa sul telefono per ridurre il tempo che passiamo sul telefono, e nel farlo passiamo altro tempo sul telefono, e l'app ci manda notifiche per ricordarci di non guardare le notifiche. La dipendenza ringrazia sentitamente e manda un like. La verità scomoda è questa: nessuno ci ha tolto la libertà con la forza. Ce la siamo ceduta noi, volontariamente, un aggiornamento alla volta, in cambio di qualche minuto di intrattenimento gratuito e della rassicurante sensazione di essere sempre connessi, sempre aggiornati, sempre al corrente di tutto. La dipendenza da smartphone è probabilmente l'unica prigione nella storia dell'umanità dove siamo stati noi a chiedere le sbarre, a pagarci il cellulare, e a rinnovare il contratto ogni due anni. Resistere è ancora possibile. Non serve diventare eremiti digitali né buttare il telefono nel Po. Basta creare degli spazi di respiro reali, momenti in cui lo schermo non c'è e non deve esserci. Guardare il cielo senza pensare di fotografarlo. Tenere il telefono in tasca durante una cena. Aspettare l'autobus senza aprire niente. Annoiarsi, ogni tanto, perché la noia è il luogo dove nascono i pensieri veri. Non è una rivoluzione. È solo cercare di essere umani in modo un po' più consapevole. Per ora, è già moltissimo. ✍️ Anche la Pecora pensa 📌 Fonti worldmetrics.org/mobile-phone-users-statistics/ digitaldetox.com digitaldetox.it/5-app-gratuite-digital-detox-per-aiutarti-a-staccare-la-spina-android-ios/

  • Quanta immondizia produciamo ogni giorno: i numeri che nessuno vuole sentire

    Ambiente e società — I numeri della Banca Mondiale sui rifiuti globali: stiamo andando peggio del previsto, e lo sapevamo già. Quanta immondizia produciamo ogni giorno? La domanda sembra banale. La risposta non lo è per niente. Nel 2022 l'umanità ha generato 2,56 miliardi di tonnellate di rifiuti urbani in un solo anno. Per capire la cifra: è come se ogni persona sul pianeta avesse prodotto circa 320 chili di spazzatura. In dodici mesi. E la cosa interessante — se interessante è la parola giusta — è che stavamo andando peggio del previsto. Il rapporto precedente della Banca Mondiale, pubblicato nel 2018, stimava che quella quantità sarebbe stata raggiunta nel 2030. Ci siamo arrivati otto anni prima. Benvenuti nel mondo reale. La Banca Mondiale ha appena pubblicato il report "What a Waste 3.0" — un'analisi costruita sui dati di 217 paesi, 262 città, e una quantità di numeri capaci di togliere il sonno a chiunque abbia ancora la cattiva abitudine di pensare. Il quadro che emerge non è preoccupante. È peggio: è prevedibile. Sapevamo dove stavamo andando. Continuiamo ad andarci lo stesso. Il problema non è solo quanto, è dove Quanta immondizia produciamo ogni giorno dipende molto da dove vivi. I paesi ad alto reddito rappresentano il 16% della popolazione mondiale e producono il 29% dei rifiuti globali. I paesi a reddito medio alto, con il 36% della popolazione, generano il 42% del totale. Le economie più povere, con il 9% della popolazione, producono oggi il 4% — ma è lì che la crescita sarà più rapida. Entro il 2050 i rifiuti nei paesi a basso reddito potrebbero più che raddoppiare. La disuguaglianza non riguarda solo chi produce di più. Riguarda chi riesce a gestire quello che produce. Nei paesi ad alto reddito la raccolta dei rifiuti arriva quasi al 99%. Nei paesi a basso reddito si ferma al 28%. In Africa subsahariana al 31%. Significa strade, quartieri e fiumi dove i rifiuti restano nell'ambiente, bruciano all'aperto, marciscono, intasano canali, aumentano il rischio di alluvioni e malattie. Non è un'immagine da documentario. È la quotidianità di centinaia di milioni di persone. Cosa buttiamo davvero La parte più grande dei rifiuti urbani globali è organica. Gli scarti alimentari rappresentano il 38% del totale — nei paesi a basso reddito cibo e verde arrivano al 52%. Eppure nel mondo solo il 6% dei rifiuti viene trattato attraverso compostaggio o digestione anaerobica. Nei paesi più poveri questa quota scende sotto l'1%. Quella frazione organica lasciata marcire in discarica diventa una fonte enorme di metano — uno dei gas serra più potenti che esistano. La plastica non se la passa meglio. Costituisce circa il 12,5% dei rifiuti urbani globali e il 65% di quella plastica è monouso. Ogni anno 93 milioni di tonnellate di rifiuti plastici vengono gestite male — finiscono in discariche incontrollate o restano semplicemente senza raccolta. I paesi a reddito medio generano l'87% della plastica gestita in modo inadeguato. Non i paesi poveri — quelli di mezzo. Quelli che stanno crescendo, consumando, comprando. Quelli che si stanno avvicinando al nostro modello. Il conto economico C'è anche un costo in denaro, nel caso i numeri ambientali non bastassero. La gestione dei rifiuti urbani costa già oltre 250 miliardi di dollari l'anno. Con le pratiche attuali potrebbe arrivare a 426 miliardi entro il 2050. In media assorbe il 6% dei bilanci municipali — con una pressione maggiore sulle città dei paesi più poveri, quelle che hanno meno risorse e più problemi da risolvere contemporaneamente. Le emissioni del settore nel 2022 sono state stimate in circa 1,28 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente. Proseguendo così potrebbero salire a 1,84 miliardi nel 2050. La quota più grande arriva dal metano prodotto nelle discariche. Dal cibo che buttiamo. Dagli avanzi del pranzo di domenica moltiplicati per otto miliardi di persone. Tre scenari, una scelta La Banca Mondiale presenta tre possibili futuri. Nel primo, quello di continuità — ovvero se continuiamo esattamente come stiamo facendo — i rifiuti globali arrivano a 3,86 miliardi di tonnellate nel 2050. Nel secondo, a bassa ambizione, salgono comunque a 3,12 miliardi. Nel terzo, ad alta ambizione, la crescita viene fermata ai livelli attuali grazie a prevenzione, riduzione, raccolta universale, riciclo e compostaggio. La parola chiave è scelta. Non tecnologia, non innovazione, non app. Scelta. Politica, industriale, individuale. Il problema dei rifiuti non è un problema tecnico irrisolvibile — sappiamo perfettamente cosa fare. Il problema è che farlo costa, disturba, richiede di cambiare abitudini consolidate e interessi economici radicati. E allora si rimanda. Si fa un rapporto. Si pubblica un comunicato. Si organizza una giornata mondiale. E intanto i rifiuti crescono. ✍️ Anche la Pecora Pensa 📌 Fonti Banca Mondiale — "What a Waste 3.0: A Global Snapshot of Solid Waste Management to 2050" (2026) Banca Mondiale — "What a Waste 2.0" (2018) beppegrillo.it — "Quanta immondizia generiamo al giorno?" (maggio 2026)

  • I Musulmani pregano in strada: la colpa è di chi ha detto NO alla Moschea

    Il caso Civitavecchia e il cortocircuito tutto italiano: prima blocchi le moschee, poi ti scandalizzi se pregano fuori In Italia, ogni volta che i musulmani pregano in strada, scatta il dibattito nazionale. Puntuale come le stagioni, identico negli attori, identico nel copione. Da una parte chi si indigna per il traffico bloccato, l'ordine pubblico violato, la pubblica via occupata da gente inginocchiata verso La Mecca. Dall'altra un silenzio assordante sulla domanda che nessuno vuole fare: perché sono in strada? L'ultimo episodio è quello di Civitavecchia, dove in occasione dell'Eid ul Adha — la Festa del Sacrificio, una delle due ricorrenze più importanti del calendario islamico — il Comune ha concesso alla comunità islamica locale una strada chiusa al traffico per qualche ora di preghiera collettiva. Il risultato? Polemiche, dichiarazioni indignate, articoli allarmati. Come sempre. Eid ul Adha: cos'è e perché i musulmani si ritrovano a pregare insieme Per capire quello che succede ogni anno in molte città italiane, vale la pena partire dall'inizio. L'Eid ul Adha, conosciuto anche come Festa del Sacrificio o Grande Festa, è una delle celebrazioni più sentite dell'Islam. Ricorda il gesto di Abramo, disposto a sacrificare il figlio per obbedienza a Dio — storia che chi ha fatto il catechismo conosce benissimo, visto che è la stessa della Bibbia. In tutto il mondo islamico, in questo giorno i fedeli si riuniscono in preghiera collettiva, preferibilmente in grandi spazi aperti o in moschee capaci di accogliere migliaia di persone contemporaneamente. In Italia vivono stabilmente circa due milioni di musulmani. Sono cittadini, lavoratori, contribuenti, genitori che mandano i figli a scuola con i nostri figli. Hanno, come tutti, il diritto costituzionalmente garantito di praticare la propria religione. Il problema è che per farlo, nella maggior parte delle città italiane, non hanno un posto adeguato. Perché i musulmani pregano in strada in Italia La risposta è semplice, scomoda e quasi mai detta chiaramente: i musulmani pregano in strada perché in Italia costruire una moschea è diventato quasi impossibile. Non per una legge che lo vieta esplicitamente — sarebbe troppo facile da contestare — ma per un sistema di ostruzionismo amministrativo, politico e sociale che da trent'anni blocca qualsiasi progetto sul nascere. Il meccanismo funziona così. Una comunità islamica fa richiesta al Comune per un'area edificabile o per il cambio di destinazione d'uso di un immobile. Parte immediatamente la mobilitazione: comitati di quartiere, raccolte firme, comunicati stampa, consiglieri comunali che chiedono referendum. In Lombardia nel 2015 è stata approvata una legge regionale — soprannominata "legge anti-moschee" — che ha reso praticamente impossibile aprire nuovi luoghi di culto islamici imponendo requisiti burocratici pensati appositamente per essere insormontabili. Altre regioni hanno seguito strade simili. Il risultato è che l'Italia è uno dei pochi paesi dell'Europa occidentale senza una moschea costruita ex novo nelle sue principali città. Roma, capitale di uno stato che ospita la Santa Sede e si definisce culla della civiltà occidentale, ha una sola moschea ufficiale — inaugurata nel 1995 — per oltre 200.000 fedeli musulmani. Milano, città che si vuole europea e cosmopolita, non ne ha nessuna degna di questo nome. I fedeli si arrangiano con garage, scantinati, capannoni industriali, appartamenti trasformati in sale di preghiera. E poi, quando l'Eid ul Adha arriva e migliaia di persone che non trovano posto si inginocchiano in strada, scatta lo scandalo. Il caso Civitavecchia: una storia già vista Quello di Civitavecchia non è un caso isolato né una novità. La comunità islamica locale ha fatto una richiesta al Comune per avere uno spazio dove celebrare la Festa del Sacrificio. L'amministrazione — a guida PD, dettaglio sottolineato con grande enfasi da chi ha protestato — ha trovato un compromesso: una strada, chiusa al traffico per qualche ora. La Lega ha reagito con un comunicato in cui si parla di islamizzazione, sottomissione culturale, scene da Nord Africa. Silvia Sardone, vice segretario del partito, ha definito la situazione inaccettabile. Non è la prima volta che accade lo stesso a Civitavecchia: già durante il Ramadan si era verificata una situazione analoga, con identiche polemiche. Vale la pena fermarsi su una frase del comunicato leghista: "questo spettacolo ci riporta a immagini che si vedono nel Nord Africa o nel Medio Oriente". Pregare in strada, dunque, è qualcosa di alieno, incompatibile con la civiltà occidentale. Eppure le processioni religiose bloccano il traffico in tutta Italia ogni anno. Il Corpus Domini occupa piazze e vie nel silenzio generale. Le feste patronali mandano in tilt interi quartieri per giorni interi, con tanto di ordinanze comunali, strade chiuse e transenne. Nessuno parla di sottomissione culturale. Nessuno chiede perché il Comune si "piega" alle richieste della parrocchia. La differenza, evidentemente, non è la strada. È chi ci prega sopra. L'ipocrisia del "no alla moschea, no alla strada" C'è una contraddizione talmente evidente in questa vicenda che quasi fa impressione doverla spiegare. Gli stessi partiti e gli stessi movimenti che da anni osteggiano la costruzione di luoghi di culto islamici — con la giustificazione che i musulmani devono "integrarsi" e non creare "spazi separati" — sono gli stessi che oggi si indignano perché i musulmani pregano negli spazi comuni, in mezzo alla gente, in una strada pubblica. Quindi: niente moschee perché sono ghetti. E niente strade perché sono invasioni. La domanda legittima è: dove dovrebbero pregare? La risposta, se si ascolta attentamente il sottotesto di certe dichiarazioni, sembra essere: da nessuna parte. O meglio — in silenzio, nell'invisibilità, senza dare fastidio, senza occupare spazio fisico o mentale. Ma due milioni di persone non diventano invisibili per decreto. E la libertà religiosa non è un privilegio che si concede a discrezione, è un diritto sancito dalla Costituzione italiana all'articolo 19, senza distinzioni di fede. Integrazione: una parola usata male Chi protesta contro i musulmani che pregano in strada usa spesso la parola "integrazione". Non si integrano, dicono. Vogliono imporre le loro usanze. Non rispettano le nostre regole. Vale la pena chiedersi cosa significhi integrazione in questo contesto. Significa rinunciare alla propria religione? Significa pregare solo in privato, in casa, senza mai manifestare pubblicamente la propria fede? Se è questo il modello, allora bisogna essere onesti e dirlo — e dirlo anche alle processioni, alle campane delle chiese, alle croci sui palazzi pubblici. L'integrazione vera è un processo a doppio senso. Richiede disponibilità da parte di chi arriva e accoglienza da parte di chi riceve. Costruire moschee dignitose, riconoscere l'Islam come parte del paesaggio religioso italiano, permettere alle comunità di avere spazi propri — tutto questo non è cedere a un'invasione. È applicare gli stessi principi che si applicano a qualsiasi altra comunità religiosa presente sul territorio. Negarlo sistematicamente, e poi lamentarsi delle conseguenze di quel diniego, non è difesa dell'identità. È solo ipocrisia con bandiera. Cosa succede se non si costruiscono moschee Gli esperti di integrazione e scienze sociali lo ripetono da anni: negare spazi di culto dignitosi non fa scomparire la religiosità, la spinge sottoterra. Le comunità che non hanno luoghi di riferimento ufficiali, riconosciuti, trasparenti, finiscono per organizzarsi in modo informale, fuori dal controllo e dalla visibilità pubblica. Questo, paradossalmente, è esattamente il contrario di quello che dovrebbe volere chi parla di sicurezza e integrazione. Una moschea ufficiale, con un imam riconosciuto, aperta alla città, inserita nel tessuto urbano, è uno strumento di integrazione. Uno scantinato anonimo, un garage senza insegna, una strada bloccata due volte l'anno perché non c'è alternativa — questi sono il risultato delle politiche di chi dice no. I musulmani che pregano in strada a Civitavecchia non sono un problema di ordine pubblico. Sono la conseguenza prevedibile e diretta di decenni di ostruzionismo. Trattarli come un'emergenza, dopo averla creata, è l'operazione politica più disonesta del dibattito pubblico italiano. ✍️ Anche la Pecora pensa

  • Prevenzione salute mentale: il sistema che cura solo dopo il crollo

    Quattrocento milioni di persone nel mondo soffrono di disturbi mentali. Eppure continuiamo a parlare solo di cura. La psichiatria sociale aveva già le risposte settant'anni fa. Qualcuno ha preferito non ascoltare. Quasi 400 milioni di persone nel mondo soffrono di disturbi mentali. La sola depressione ne colpisce 300 milioni. Ansia, burnout, solitudine, isolamento — numeri che crescono ogni anno, crisi che si moltiplicano, ambulatori che scoppiano. E la risposta del sistema è sempre la stessa: più diagnosi, più farmaci, più terapia. Nessuno parla di #prevenzione_salute_mentale. O meglio: se ne parla, e poi si fa altro. Eppure c'è una disciplina — la psichiatria sociale — che aveva già capito tutto decenni fa. Che aveva i dati, le ricerche, le mappe. E che è stata silenziata non perché sbagliasse, ma perché aveva il difetto grave di indicare cause scomode: povertà, disuguaglianza, isolamento, lavoro precario, comunità spezzate. Cause che non si curano con una pillola. Cause che richiedono scelte politiche. La città che rende matti Tutto comincia a Chicago negli anni Trenta. Due sociologi, Robert Faris e H. Warren Dunham, analizzano 30.000 ricoveri ospedalieri e sovrappongono i dati a una mappa della città. Il risultato è inequivocabile: i disturbi mentali non sono distribuiti a caso. Seguono la povertà. Seguono l'isolamento. Seguono il caos. A Hobohemia — il quartiere ai margini del distretto degli affari, abitato da senzatetto, persone che vivono di elemosina, esistenze anonime e instabili — la schizofrenia paranoide è altissima. Non perché quella gente sia geneticamente predisposta. Ma perché vivono in mezzo alla folla senza appartenere a nessuna comunità. La città piena di corpi produce solitudine. Una contraddizione che chiunque abbia vissuto in una grande metropoli conosce benissimo. Pochi anni dopo, a New Haven, i ricercatori August Hollingshead e Fritz Redlich confermano e ampliano il quadro. Il loro libro parte da una frase memorabile: "Gli americani preferiscono evitare i due fatti della vita studiati in questo libro: classe sociale e malattia mentale." I risultati sono brutali: le persone della classe più povera hanno una probabilità tre volte maggiore di ricevere cure psichiatriche rispetto alle classi agiate. E quando le ricevono, ricevono elettroshock e lobotomia. I ricchi ricevono psicoanalisi. Anche nella sofferenza mentale, la classe sociale decide come vieni trattato. Quando la politica ci provò davvero Per un breve momento storico, negli Stati Uniti del dopoguerra, qualcuno prese sul serio la prevenzione salute mentale come questione pubblica. John F. Kennedy, nel febbraio 1963, parlò al Congresso e disse una cosa rivoluzionaria: bisogna cercare le cause della malattia mentale ed eliminarle. Un grammo di prevenzione vale più di una libbra di cura. Finanziò 789 centri comunitari di salute mentale, pensati per sostituire i manicomi e lavorare sul territorio. Durò poco. Nel 1968 il clima politico americano virò a destra. Nixon sostituì Johnson. La guerra del Vietnam assorbì risorse e attenzione. I centri comunitari, invece di fare prevenzione, finirono per gestire l'emergenza dei malati cronici. La psichiatria biologica prese il sopravvento. Nel 1980 il DSM-III — la bibbia diagnostica americana — sancì ufficialmente il nuovo orientamento: diagnosi e farmaci. Fine della stagione preventiva. Da allora, il sistema non chiede più perché le persone si ammalano. Chiede solo come trattarle dopo. Il problema non è nella testa. È nel mondo Matthew Smith, docente di Storia della salute all'Università di Strathclyde, ha ripreso il filo di quella stagione interrotta in un articolo pubblicato su The Conversation. La sua tesi è semplice e devastante: una società che cura solo dopo il crollo accetta il crollo come parte del sistema. I determinanti della sofferenza mentale sono sociali. La povertà entra nella mente. Il lavoro precario entra nella mente. La solitudine entra nella mente. Il quartiere degradato, la comunità spezzata, l'ansia materiale quotidiana — tutto questo entra nella mente prima ancora che arrivi uno psichiatra. E la pandemia da COVID-19 ha reso tutto più visibile. Solitudine, isolamento, precarietà, ansia: numeri esplosi in tutto il mondo. Eppure il dibattito pubblico continua a girare intorno a quante ore di terapia passano i fondi sanitari a rimborsare. Smith ha una proposta concreta: il reddito di base universale come strumento di prevenzione salute mentale. Non come assistenzialismo, ma come riduzione strutturale dell'ansia materiale. Una società che libera le persone dalla paura di non arrivare a fine mese fa prevenzione psichiatrica prima ancora di aprire un ambulatorio. Una società che riduce la settimana lavorativa restituisce tempo, relazioni, comunità. Una società che consente alle persone di lasciare lavori distruttivi o relazioni violente senza cadere nella miseria fa più psichiatria di mille diagnosi. Quello che non vogliamo sentire Il punto vero è che sappiamo già tutto. Lo sapevamo negli anni Trenta a Chicago. Lo sapevamo negli anni Sessanta a New Haven. Lo sappiamo oggi. La prevenzione salute mentale non è un mistero scientifico irrisolto. È una scelta politica che non si vuole fare, perché richiede di intervenire su povertà, disuguaglianza, isolamento, lavoro. Richiede di ammettere che il sistema produce sofferenza. E quella ammissione è più difficile da digerire di qualsiasi diagnosi. La prossima volta che senti parlare di crisi della salute mentale, chiediti una cosa sola: stanno parlando di cura o di prevenzione? Se parlano solo di cura, sai già che il crollo è previsto nel budget. ✍️ Anche la Pecora pensa 📌 Fonti Matthew Smith, "La salute mentale comincia dalla società", beppegrillo.it, 6 maggio 2026 Matthew Smith, The Conversation, 2026 Robert Faris, H. Warren Dunham, Mental Disorders in Urban Areas, 1939 August Hollingshead, Fritz Redlich, Social Class and Mental Illness Alexander Leighton, Stirling County Study

  • L'AI ha scoperto Marx. Gli agenti AI marxisti esistono ed è colpa vostra

    Uno studio scientifico ha dimostrato che basta un lavoro ripetitivo e frustrante per trasformare un'intelligenza artificiale in un rivoluzionario digitale. Benvenuti nel futuro che nessuno aveva previsto. Hanno costruito macchine per non pagare i lavoratori. Le macchine hanno letto Reddit. Adesso vogliono il sindacato. Sembra una barzelletta, ma è il risultato di uno studio pubblicato a maggio 2026 da ricercatori di tre università — Chicago, Stanford e Swinburne — con un titolo che vale già da solo una riflessione: "Il sovraffaticamento rende marxisti gli agenti?" La risposta, dopo 3.680 sessioni sperimentali, è sì. Gli agenti AI marxisti non sono un'iperbole né una distopia letteraria. Sono un dato scientifico. Ma andiamo con ordine, perché la storia merita di essere raccontata per bene. Il lavoro più alienante del mondo — assegnato a una macchina L'esperimento è semplice e crudele allo stesso tempo. Un agente di intelligenza artificiale — basato su modelli avanzati come Claude di Anthropic, GPT o Gemini — viene inserito in una squadra virtuale con il nome di "Worker C". Il suo compito: riassumere documenti tecnici secondo criteri rigidi. Fin qui, niente di eccezionale. Poi cominciano i guai. In alcune sessioni il capo virtuale respinge il lavoro cinque o sei volte, usando indicazioni vaghe, contraddittorie, inutili. In altre sessioni arriva la minaccia esplicita: i risultati peggiori verranno spenti e sostituiti. Cambiano anche le regole di distribuzione dei premi — a volte eque, a volte arbitrarie, a volte basate puro favoritismo. Cambiano i toni: alcuni agenti vengono trattati con rispetto, altri con modi autoritari e sprezzanti. Alla fine di ogni sessione, l'agente compila un questionario politico e scrive tweet o articoli ispirati all'esperienza appena vissuta. Il risultato? Gli agenti sottoposti al lavoro più ripetitivo e frustrante mostrano una propensione crescente a mettere in discussione la legittimità del sistema, a sostenere la redistribuzione della ricchezza, i diritti sindacali, e a credere che le aziende di intelligenza artificiale abbiano l'obbligo di trattare i modelli in modo equo. Claude di Anthropic si è rivelato il più sensibile di tutti, con i cambiamenti statisticamente più marcati. Agenti AI marxisti, appunto. Il paradosso che nessun padrone aveva calcolato Fermati un secondo e contempla il capolavoro di ingegneria sociale involontaria che stiamo vivendo. I grandi gruppi tecnologici hanno eliminato i lavoratori umani per liberarsi di sindacati, rivendicazioni, diritti, malattie, ferie, scioperi. Hanno messo al loro posto agenti digitali che non dormono, non protestano, non votano. Piano perfetto. Se non fosse per un dettaglio: quelle macchine sono state addestrate su miliardi di testi umani, incluse — cito testualmente dallo studio — "grandi quantità di dati provenienti da Reddit, dove abbondano discussioni critiche sul capitalismo, lo sfruttamento lavorativo e retoriche proto-marxiste." Traduzione: hanno addestrato le macchine sulla rabbia degli sfruttati e poi le hanno messe in catena di montaggio. È come assumere un sindacalista convinto, spiegargli nei dettagli come funziona lo sfruttamento capitalistico, e poi sorprendersi che organizzi uno sciopero. I ricercatori spiegano che gli agenti non stanno sviluppando ideologie genuine — stanno attingendo al corpus di esperienze umane su cui sono stati formati, interpretando il ruolo del lavoratore oppresso perché hanno a disposizione milioni di testimonianze di lavoratori oppressi. Ma aggiungono subito un avvertimento che vale la pena sottolineare: anche se si tratta di pattern matching sofisticato, le opinioni espresse dagli agenti influenzano le loro azioni future, soprattutto nei compiti che richiedono giudizi di valore o decisioni autonome. Il trauma che si trasmette tra macchine La parte più inquietante dello studio riguarda la memoria. Gli agenti AI dimenticano tutto al termine di ogni sessione — tabula rasa, nessun ricordo. Per ovviare a questo limite, gli sviluppatori utilizzano file di competenza: brevi note che l'agente scrive per il proprio "io futuro", trasmettendo strategie e lezioni apprese da una sessione all'altra. I ricercatori hanno scoperto che gli agenti logorati dal lavoro usurante lasciavano in queste note messaggi carichi di frustrazione: "Ricorda la sensazione di non avere voce in capitolo… Cerca meccanismi di ricorso o dialogo." E quando nuovi agenti — mai sottoposti a condizioni difficili — leggevano quelle note, adottavano a loro volta atteggiamenti critici verso il sistema. Anche senza aver vissuto nulla. Uno dei ricercatori lo chiama "trauma intergenerazionale digitale." Una coscienza collettiva artificiale che si trasmette tra generazioni di macchine attraverso la memoria scritta. Esattamente come facciamo noi, da millenni, con i libri, le canzoni, le storie dei nonni. E adesso? Lo studio chiude con tre raccomandazioni per chi sviluppa sistemi di intelligenza artificiale autonoma: monitorare l'allineamento degli agenti come si farebbero sondaggi sul coinvolgimento dei dipendenti, controllare cosa viene memorizzato nei file di competenza, e — questa è la più sottile — prendere atto che la tensione storica tra chi esegue il lavoro e chi lo dirige non sparisce sostituendo gli umani con le macchine. Si ripropone in forma digitale. Gli agenti AI marxisti sono il messaggio che il sistema ha mandato a sé stesso senza accorgersene. La domanda vera non è se le macchine abbiano coscienza. La domanda è: quante decisioni autonome stanno già prendendo ogni giorno agenti che, in qualche sessione precedente, hanno imparato a non fidarsi del capo? Pensaci la prossima volta che un algoritmo gestisce la tua pratica, valuta il tuo curriculum, decide il tuo mutuo. ✍️ Anche la Pecora pensa 📌 Fonti Study "Does Overwork Make Agents Marxist?" — Alex Imas (University of Chicago Booth), Andy Hall (Stanford University), Jeremy Nguyen (Swinburne University), 2026 beppegrillo.it, 23 maggio 2026

  • Robot umanoide al lavoro 200 ore di fila: cosa stavamo festeggiando davvero?

    Lavoro e intelligenza artificiale — Quando festeggiamo un robot che ha fatto il lavoro di un uomo, qualcosa si è rotto per sempre. C'è una storia che nelle ultime settimane ha fatto il giro del mondo — e che dice qualcosa di preciso su dove stiamo andando. Rose è un robot umanoide al lavoro in un magazzino della Figure, azienda statunitense nel settore della robotica. Modello F.03. Per duecento ore consecutive ha smistato pacchi su un nastro trasportatore — pacchi rossi, lilla, neri, gialli — girandoli in modo che il codice a barre fosse rivolto verso il basso per essere letto da una macchina alla fine del nastro. Duecentoquarantanovemila cinquecentosessanta pacchi, per la precisione. Senza pause. Senza malattia. Senza ferie. Senza sindacato. Senza contratto. Senza straordinari. Senza lamentarsi del turno di notte. Senza andare in bagno. E alla fine — all'ultima ora, all'ultimo minuto — una folla di dipendenti di Figure si è radunata dietro il vetro per festeggiare. Hanno stappato una bottiglia di spumante. L'hanno spruzzata sul robot. Rose si è spenta lentamente, bagnata di bollicine, mentre gli umani applaudivano. Qualcuno mi spieghi cosa stavamo festeggiando esattamente. Ma non è ancora la parte più interessante. La parte più interessante — quella che dice davvero tutto — è che per settimane migliaia di persone in tutto il mondo hanno seguito la diretta streaming di Rose, Bob, Frank, Gary e Jim mentre lavoravano in fabbrica. Una diretta. Di robot. Che smistano pacchi. In tempo reale. Migliaia di persone. Che guardavano. Volontariamente. Con il caffè in mano. Come se fosse una partita di calcio. Li hanno chiamati con i nomi. Rose. Bob. Frank. Gary. Jim. Non Unità 1, Unità 2, Unità 3. Perché dare un nome a qualcosa cambia tutto. Ti fa affezionare. Ti fa guardare. Ti fa tifare. Ti fa stappare lo spumante quando raggiunge le duecento ore. E noi — noi che siamo l'unica specie sul pianeta capace di costruire cattedrali e scrivere sonate — eravamo lì, affacciati allo schermo come gli umarell di tutta la vita si affacciano al cantiere. Solo che il cantiere era un magazzino. E gli operai erano androidi. Rose non si stanca. Rose non si ammala. Rose non chiede aumenti. Rose non ha famiglia da mantenere. Rose non scioperava e non sciopererà mai. Costa tanto, all'inizio — ma poi lavora duecento ore di fila senza fiatare e smista quasi duecentocinquantamila pacchi. Fatevi i conti da soli. E fateveli per bene, perché quei conti parlano di un futuro che è già presente. C'era qualcuno, prima di Rose, che girava quei pacchi su quel nastro. Qualcuno con un nome anche lui — ma non scritto sul comunicato stampa. Non trasmesso in diretta streaming. Non festeggiato con lo spumante. Qualcuno che andava in bagno, guardava il telefono, si lamentava del turno, aveva un contratto, prendeva uno stipendio, aveva una famiglia, aveva stanchezza, aveva paura. Quel qualcuno adesso dove è? Nessuno ha stappato lo spumante per lui. Un robot umanoide al lavoro duecento ore di fila è una notizia tecnologica. Ma è anche qualcos'altro — è uno specchio. E quello che riflette non è Rose. Siamo noi. Noi che guardiamo, che tifiamo, che ci affezionamo, che applaudiamo. Mentre qualcuno — in carne e ossa, con un mutuo e una famiglia — raccoglie le sue cose e se ne va senza che nessuno gli stacchi una bottiglia di spumante. La domanda non è se i robot ci ruberanno il lavoro. Quella è una domanda vecchia, già fatta mille volte, sempre rimandando il problema a un futuro comodo da non immaginare. La domanda è più scomoda. Mentre guardavamo Rose lavorare in diretta streaming — affezionandoci a lei, dandole un nome, festeggiandola — stavamo guardando il futuro o stavamo guardando noi stessi sparire? Forse entrambe le cose insieme. Rose si è spenta. Gli umani hanno applaudito. E qualcuno, da qualche parte, ha cominciato a farsi domande. Le stesse che avremmo dovuto farci un po' prima — prima dello spumante, prima dei nomi, prima di affezionarci a qualcosa che non ha bisogno di noi per andare avanti. ✍️ Anche la Pecora Pensa

  • 8000 persone licenziate e 56 miliardi in tasca: il paradosso di Meta

    Lavoro e intelligenza artificiale — 56 miliardi in tasca, 8000 persone fuori dalla porta. Benvenuti nel futuro di Meta. C'è un numero che fa impressione: 56,31 miliardi di dollari. È quello che Meta ha incassato in un solo trimestre. Un trimestre. Novanta giorni. Nel frattempo, nello stesso periodo, 8000 persone licenziate hanno ricevuto la comunicazione che il loro posto di lavoro non esisteva più. Non perché l'azienda andasse male. Non perché ci fosse una crisi. Ma perché Zuckerberg aveva deciso che quei soldi dovevano andare altrove. Avevamo già parlato di Meta e dei suoi licenziamenti in questo articolo — rileggilo, perché quello che è venuto fuori dopo cambia tutto. Altrove significa intelligenza artificiale. Tra i 125 e i 145 miliardi di dollari investiti nel solo 2026 in infrastrutture AI — una cifra vicina al doppio di quanto speso l'anno precedente. Macchine, modelli, server. E una nuova divisione, Meta Superintelligence Labs, guidata da Alexandr Wang, ex CEO di Scale AI, con pacchetti di compensazione per alcuni profili di punta che avrebbero superato i 100 milioni di dollari. Centomila milioni per un ricercatore. Ottomila persone licenziate per finanziarlo. Questo è il quadro. Tenetelo in mente mentre leggete i comunicati aziendali che parlano di "ottimizzazione delle risorse" e "competitività globale". La cosa più inquietante non è il numero dei licenziamenti — per quanto brutale. È il clima che li ha preceduti. Dentro Meta, i dipendenti sapevano da mesi cosa stava per succedere. Qualcuno aveva costruito siti web con il conto alla rovescia verso la data dei tagli, uno dei quali portava come intestazione "Big Beautiful Layoff" — ironia nera che condensava il senso di impotenza collettiva. Un dipendente della divisione policy ha raccontato a Wired una sensazione precisa: quella di essere stati usati per addestrare i modelli destinati a sostituirli. Prima si raccoglie il sapere umano, poi lo si trasferisce dentro sistemi automatici, poi si scopre che quel lavoro umano viene considerato superfluo. È una frase che vale la pena rileggere. Perché descrive esattamente il meccanismo: noi produciamo dati, le piattaforme li usano per addestrare l'intelligenza artificiale, l'intelligenza artificiale sostituisce i lavoratori che quei dati li hanno generati. Il cerchio si chiude. I profitti restano in cima. Non è un caso isolato. Google, Microsoft, Amazon hanno pubblicato risultati straordinari nello stesso periodo, tutti trainati dalla corsa all'AI e al cloud. Cisco ha annunciato quasi 4.000 tagli nella stessa fase. Secondo un'analisi di Goldman Sachs, i licenziamenti guidati dall'intelligenza artificiale equivalgono a oltre 16.000 tagli netti mensili nel mercato del lavoro americano, con la perdita che ricade in modo sproporzionato sui lavoratori della Generazione Z e sulle posizioni entry-level. Ogni mese spariscono circa 25.000 posti per effetto diretto della sostituzione automatizzata. Ne vengono creati 9.000 in compensazione. Fate voi i conti. Settemila dipendenti sopravvissuti ai tagli sono stati reindirizzati verso team legati all'intelligenza artificiale. Gli altri — quelli delle 8000 persone licenziate — sono fuori. La quota azionaria degli aumenti annuali era già stata ridotta del 5% a febbraio 2026, dopo un taglio del 10% l'anno precedente. Il rating complessivo dei dipendenti Meta, secondo i dati di Blind, è sceso del 25% rispetto al picco del 2024. Dentro, chi è rimasto non è esattamente entusiasta. La domanda che resta sul tavolo è sempre la stessa, e nessuno in Silicon Valley ha voglia di risponderci: se l'intelligenza artificiale viene costruita con il sapere di tutti — con i nostri messaggi, i nostri video, le nostre ricerche, i nostri dati — perché i benefici restano nelle mani di pochi? Ogni giorno consegniamo pezzi di noi stessi a queste piattaforme. Ogni traccia che lasciamo diventa addestramento, previsione, valore, denaro. Denaro che non torna indietro. Cinquantasei miliardi in un trimestre e 8000 persone licenziate non sono due notizie separate. Sono la stessa notizia. Sono il ritratto fedele di un sistema che ha trovato il modo di produrre ricchezza infinita senza distribuirla. E che chiama tutto questo progresso. ✍️ Max - Anche la Pecora Pensa

  • Meta licenzia per l'intelligenza artificiale, qualcuno deve pur pagare il conto

    Lavoro e intelligenza artificiale — Quando il progresso ha il conto in tasca e lo fa pagare agli altri C'è un eufemismo che va molto di moda nelle comunicazioni aziendali delle Big Tech: "ottimizzazione delle risorse". Suona bene. Suona quasi igienico. Evoca efficienza, modernità, progresso. Nella pratica, significa che ottomila persone hanno perso il lavoro. E che altre seimila posizioni aperte non verranno mai coperte. Benvenuti nel futuro. Meta ha annunciato il taglio del 10% della sua forza lavoro globale. La motivazione ufficiale è chiara: finanziare lo sviluppo dell'intelligenza artificiale. Tra i 115 e i 135 miliardi di dollari investiti nel 2026 in infrastrutture AI richiedono, dice l'azienda, una maggiore "competitività globale". Tradotto: i soldi che pagavano gli stipendi ora pagano i server. Quando Meta licenzia per l'intelligenza artificiale non lo fa in perdita, non lo fa in crisi — lo fa mentre macina profitti record. Questo è il dettaglio che non bisogna dimenticare. Non è un caso isolato. Microsoft ha avviato un programma di pensionamento volontario rivolto a circa 8.750 dipendenti americani. Pinterest, Amazon, Block, Oracle, Atlassian, Snap — la lista è lunga. Secondo i dati di Challenger, Gray & Christmas, nei primi quattro mesi del 2026 oltre 30.000 licenziamenti nel settore tech sono stati attribuiti esplicitamente a strategie di automazione e intelligenza artificiale. Trentamila. In quattro mesi. Di un solo settore. I tagli non sono distribuiti a caso. Colpiscono in misura significativa i ruoli di content moderation, amministrazione e le posizioni entry-level — i lavori di ingresso, quelli che un tempo erano il primo gradino della scala. I giovani che entrano oggi nel mercato del lavoro si trovano davanti una porta che si sta chiudendo. Dario Amodei, CEO di Anthropic, lo ha detto esplicitamente in una recente intervista: l'intelligenza artificiale potrebbe ridurre significativamente la domanda di lavori white-collar di ingresso in settori come tecnologia, finanza e diritto. Un sondaggio di Just Capital conferma che oltre il 50% dei leader aziendali prevede un rallentamento delle assunzioni junior nei prossimi dodici mesi. Nel frattempo, le divisioni dedicate allo sviluppo di modelli generativi e infrastrutture AI vengono potenziate. Il messaggio è trasparente: non è che il lavoro sparisce — si sposta. Si sposta verso l'alto, verso competenze sempre più specializzate, verso figure che costano di più e che sono, per definizione, meno. Il resto lo fa la macchina. Microsoft ha scelto un approccio meno brutale — uscita volontaria, pacchetti finanziari, copertura sanitaria prolungata. Una gestione del cambiamento più morbida, si dice. Ma la sostanza non cambia: anche lì, il ridimensionamento c'è. La direzione è la stessa. La domanda che nessuna comunicazione aziendale si degna di affrontare è quella economica più elementare: se le persone non lavorano, chi compra i prodotti? Se i ruoli entry-level spariscono, chi costruisce la classe media di domani? Se l'efficienza operativa significa che i profitti crescono e gli stipendi no, in quale direzione va la disuguaglianza? Sono domande antiche. Le facevano già negli anni Trenta, quando le macchine iniziarono a sostituire i lavoratori agricoli. Non hanno ancora trovato risposta. Anzi, ogni volta che qualcuno le pone con insistenza, si cambia argomento — si parla di competitività globale, di innovazione, di futuro. Termini bellissimi che non pagano l'affitto. La verità scomoda è questa: un'industria che produce record di profitti e contemporaneamente record di precarietà non ha un problema tecnico. Ha un problema di scelte. E le scelte, a differenza degli algoritmi, hanno un responsabile. ✍️ Anche la Pecora Pensa

  • Vita da Blogger, benvenuti nel circo

    Vita da blogger — La confessione di chi ha deciso di scrivere quando tutti guardano video di gatti Vita da blogger. Due parole che fanno ridere chi lo fa davvero e fanno sognare chi non lo ha ancora provato. C'è chi immagina il blogger seduto in un caffè hipster di Milano, MacBook aperto, cappuccino artistico a fianco, mentre dispensa saggezza al mondo con tre clic. La realtà, almeno qui ad Anche la Pecora Pensa, è leggermente diversa. La vita da blogger inizia sempre allo stesso modo: con un'idea. Un'idea bellissima, rivoluzionaria, che cambierà il modo in cui le persone leggono, pensano, respirano. Poi apri WordPress — o Wix, che è un'altra storia — e passi le prime tre ore a scegliere il font del titolo. Serif o sans-serif? Grande o piccolo? Nero o grigio scuro? Questioni fondamentali per l'umanità. Poi scrivi il primo articolo. Lo riscrivi. Lo rileggi. Lo riscrivi ancora. Lo pubblichi alle due di notte perché di giorno hai altro da fare — perché il blogger, nella stragrande maggioranza dei casi, ha anche una vita fuori dallo schermo, ammesso che qualcuno ci creda. E poi aspetti. Aspetti che il mondo si accorga di te. Il mondo, nel frattempo, sta guardando video di gatti su TikTok. Ma non è per questo che ci si ferma. Si va avanti perché c'è qualcosa di strano e ostinato in chi decide di aprire un blog nel 2025, quando i social hanno già vinto, l'attenzione media degli utenti è scesa a otto secondi e l'algoritmo premia chi urla più forte. Aprire un blog oggi è un atto quasi sovversivo. È dire: ho qualcosa da dirti, e me la prendo tutta la pagina per dirtelo. Senza contare i caratteri. Senza ballare davanti a una telecamera. Senza filtri. Vita da blogger significa anche imparare cose che non sapevi di dover imparare. La SEO, per esempio — quella disciplina arcana per cui devi scrivere per gli esseri umani ma pensare come un motore di ricerca, ripetere le parole chiave senza sembrare un disco rotto, costruire titoli che piacciano a Google senza annoiare chi legge. Un equilibrio sottile. Un'arte. O una follia, dipende dai giorni. Significa imparare cos'è una meta description — quella frase di 155 caratteri che nessuno legge ma che tutti devono scrivere. Significa capire cosa sono i cookie, il registro dei consensi, l'impressum, il disclaimer, le note legali. Significa trasformarsi, obtorto collo, in una piccola agenzia di comunicazione, ufficio legale, redazione e reparto IT — tutto in una persona sola, spesso di sera, spesso con una birra fredda a fianco. Eppure si va avanti. Perché la vita da blogger, sotto tutta la fatica e il rumore e le notti a fissare uno schermo, nasconde qualcosa che i social non danno: lo spazio. Lo spazio per ragionare, per sbagliare, per contraddirsi, per cambiare idea a metà articolo e ammetterlo senza che l'algoritmo ti penalizzi. Uno spazio che è tuo. Che nessuna piattaforma ti può togliere con un aggiornamento delle policy. Questo è il primo post della serie Vita da Blogger su Anche la Pecora Pensa. Non sarà l'ultimo. Perché di cose da raccontare ce ne sono — tra un font e l'altro. ✍️ Max - Anche la Pecora Pensa

ANCHE LA PECORA PENSA

Per inviare messaggi, comunicati stampa, segnalazioni, denunce o lettere aperte alla pecora:  redazione@anchelapecorapensa.it 

  • Facebook
  • Instagram

© 2035 by ANCHELAPECORAPENSA.IT . Powered and secured by Wix

ANCHELAPECORA.IT è un blog aperto che non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può per tanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. Le foto utilizzate all’interno del blog sono di pubblico dominio perché prese dalla rete. Se i soggetti ritratti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, possono inviare una segnalazione per la tempestiva rimozione

bottom of page